Michele Alboreto

Michele Alboreto

Il primo sport che ho iniziato a seguire è stata la Formula 1. Mio padre la guardava, tifando genericamente per tutti gli italiani. Mio fratello maggiore tifava per la Ferrari, almeno fino a quando non ha iniziato a farlo mio fratello minore. A quel punto il maggiore, bastian contrario, è passato all’Alfa Romeo. E io potevo essere da meno? Se in casa si seguiva la Formula 1 allora ho iniziato a seguirla anch’io, ma anch’io ho fatto il bastian contrario. Non potevo certo tifare per qualcuno per cui già tifavano i miei fratelli, vero? E poi, mica potevo tifare per un ammasso di metallo. No, io ho sempre tifato per le persone, così in quell’occasione, abbastanza per caso ho deciso di tifare per Michele Alboreto. Di lui sapevo due sole cose: che era italiano e che non aveva nessuna possibilità di vincere il campionato. Ma mica si tifa per le vittorie, vero?

Probabilmente in quel caso ho scelto di fare l’alternativa. Era il 1982, quindi io ero sui 12-13 anni. Normale che a quell’età si voglia fare qualcosa di diverso e si cerchi la propria strada. Quella per Alboreto è stata la mia prima passione da adulta, per qualcuno di reale. Prima avevo seguito solo cartoni animati, Lady Oscar, Capitan Harlock, Conan il ragazzo del futuro, Star Blazers e chissà quanti altri, telefilm e film. Le gare erano cose reali, senza un copione già scritto, e nessuno poteva dire in anticipo chi avrebbe vinto. Un bel cambiamento.

La vittoria non era importante, ho scritto. Non avevo scelto di tifare per il successo, altrimenti avrei scelto qualcuno con più punti. Sapevo sempre perfettamente quanti punti avesse ciascun pilota: il già citato fratello maggiore aveva appeso su una parete della sua camera uno schema che aggiornava di gara in gara indicando quanti punti avessero. Sarà per questo che in seguito anch’io mi sono fatta prendere dalla mania di schemi e statistiche? Quello che contava era il divertimento, e in seguito anche la personalità. I risultati sono importanti, almeno fino a un certo punto. Per rimanere nell’élite un certo numero di risultati vanno ottenuti. Ma una volta che ce ne sono un po’, tutto quello che arriva dopo è un di più, ben gradito, che mi consente di vantarmi del tizio per cui tifo – come se io avessi qualche merito per i suoi risultati, ma il tifo è basato sempre su quest’assurdità – ma che non cambia la mia stima nei suoi confronti.

Doveva essere, credo, subito prima del Gran Premio di Francia, perché ricordo che era un po’ che non faceva punti – altro motivo per cui l’ho scelto, suppongo non volessi un completo incapace e lui tre piazzamenti e 10 punti li aveva già ottenuti – e che subito dopo l’inizio del mio tifo lui i risultati aveva ricominciato a ottenerli. In Francia è arrivato sesto, 1 punto. La gara successiva, in Germania, è arrivato quarto, come già due volte all’inizio dell’anno, altri 3 punti. Ho iniziato a tifare prima di queste gare, lui ha ottenuto dei buoni risultati – non dimentichiamoci che correva con la Tyrrell, perciò un piazzamento in zona punti era un buon risultato. Fra l’altro il tifo per Alboreto mi ha tratto in inganno in una delle altre mie grandi passioni, arrivata parecchi anni più tardi.

Una delle sette Nobili Case del continente di Westeros di George R.R. Martin si chiama Tyrell. Per quanto tempo io invece ho letto Tyrrell, e riportato l’errore nei miei articoli? Ho scritto che librolandia è dedicato ai libri e che qui parlerò di sport, ma lo sapete che io mischio tranquillamente gli argomenti. Qui conto di farlo più di quanto non lo faccia lì, perciò siete avvisati…

Io ho iniziato a tifare con un tizio che non faceva più punti da sei gare, quasi mezza stagione, e improvvisamente lui ne ha fatti 4 in due gare consecutive. Lo so che volevo fare l’alternativa, ma il mio tifo è aumentato. In fondo io sapevo che era bravo, no? Era solo stato sfortunato nelle gare precedenti, e aveva subito i problemi di una macchina non all’altezza. Notevole che ragionamenti ci fa fare la mente per convincerci che è vero quello che desideriamo sia vero, anche se è vero che spesso Alboreto è stato limitato da una macchina non all’altezza delle sue capacità. A fine stagione Michele ha vinto il suo primo Gran Premio. Lo sapevo che era bravo.

Fine stagione, e attesa per la successiva. Guardando le gare ho iniziato a capire meglio come funzionavano, del resto all’inizio nessuno sa come funzioni qualcosa. Ho imparato anche i tempi di attesa fra una stagione e l’altra, e il ritmo delle gare. E, con una migliore conoscenza di quel mondo, nel corso del 1983 ho iniziato a tifare anche per Nelson Piquet. Anche, non solo, anche se poi il tifo per Piquet avrebbe totalmente eclissato quello per Alboreto. Ricordo anche un bellissimo duello fra i due, al Gran Premio d’Europa, corso sul circuito dei Nürburgring il 7 ottobre del 1984. In testa c’era Alain Prost, che poi avrebbe vinto la gara. Alboreto e Piquet hanno iniziato a lottare per il secondo posto. Non so quante volte si siano superati, o quante volte l’uno abbia rintuzzato gli attacchi dell’altro. Sono riusciti pure, al 62° giro (su 67), a fare tutti e due il giro più veloce con l’identico tempo di 1’23’’146. Era questo il bello della Formula 1 di una volta: i duelli e i sorpassi. All’inizio dell’ultimo giro era ancora davanti Piquet. La scena più buffa è arrivata alla fine, quando entrambi hanno finito la benzina. Le macchine si sono spente e sono andate avanti verso il traguardo per inerzia, anche se Piquet ha iniziato a fare un po’ di slalom per cercare di recuperare le ultime gocce di benzina dal fondo del serbatoio. Alboreto però è riuscito a rimanere davanti fino alla linea del traguardo, questione di pochi metri per decidere un risultato. Avevano dato tutto. Scesi dalle auto si sono andati incontro, e anche visto da lontano il loro dialogo è esilarante. Quella era la Formula 1 che mi piaceva. Che importanza poteva avere che la gara l’aveva vinta un altro? Prost era in lotta per il titolo mondiale con Niki Lauda, poi vinto dall’austriaco per solo mezzo punto. Per lui quel successo era importante, anche se poi non è bastato. Ma le scene più belle si sono viste dietro. Oltretutto in quegli anni potevano vincere parecchi piloti, ingaggiati da parecchie scuderie diverse. Ora i duelli sono solo fra due piloti e due auto, e la maggior parte dei sorpassi avvengono ai box. Blah…

Fra l’altro quel campionato è stato fondamentale nel mio primo incontro con Ernesto. Eravamo a casa di un’amica, insieme a un’altra ventina di persone che non conoscevo. Mi avete mai vista in gruppi numerosi? No, lo so. Di me, salvo poche eccezioni, sapete solo quello che scrivo. Più gente c’è, meno parlo. Sono timida. Non mi credete? Sono timida – ora meno di una volta – negli incontri reali, ma non ho mai avuto problemi a scrivere. A volte però maschero le mie parole dietro quelle di qualcun altro, di alcuni scrittori in particolare, come ho già spiegato qui: http://librolandia.wordpress.com/2013/10/02/guy-gavriel-kay-la-strada-dei-re-2/. Ecco, la metà maschile degli invitati a un certo punto ha iniziato a parlare di Formula 1, e a un certo punto sono anche arrivati a quel Mondiale vinto da Lauda su Prost per solo mezzo punto. Loro non ricordavano che anno fosse accaduto ma io sì. Era il 1984, e se prima di pronunciare quella data quella sera avevo parlato ben poco, in quel momento mi sono inserita nel gruppo. La volta dopo che ci siamo visti Ernesto mi ha chiesto di uscire per la prima volta. Il mese scorso abbiamo festeggiato gli otto anni di matrimonio. Anche la Formula 1 a volte può cambiarti la vita, anche se ti sei limitata a seguirla dalla televisione per una manciata di anni.

Il titolo l’ho dedicato ad Alboreto, ma di lui qui dentro ho parlato davvero poco. Penso sia inutile che ripercorra tutta la sua carriera, chi ha curato la pagina a lui dedicata su Wikipedia ha fatto un ottimo lavoro: http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Alboreto. Io so di aver tifato per lui nonostante il fatto che sia andato in Ferrari. Tifavo per lui da prima, che poi abbia firmato quel contratto non è mica colpa mia. In realtà qualche soddisfazione se l’è presa, specie nel 1985 prima che la macchina iniziasse a piantarlo in asso ben prima del traguardo. Due successi quell’anno e un secondo posto nel campionato dietro a Prost, vincitore per la prima volta. Ma non ho mai amato tifare per qualcuno per cui tifavano tutti, e il tifo per la Ferrari che c’è in Italia per me è eccessivo, come se nella Formula 1 non esistesse altro. Sono pure stata presa in giro da un compagno di classe al Liceo per il tifo per Alboreto. Quello che non capiva era che della sua opinione non m’importava un accidente. Non si tifa per i risultati, si tifa perché è bello tifare. Alboreto, da quello che ho letto, doveva essere una bella persona. Ho l’impressione che, se lo avessi conosciuto, il suo carattere mi sarebbe piaciuto. Serio, lavoratore, intelligente, umile, competente. Questo per me è molto più importante di un risultato che non arriva perché il motore si spacca. Come è importante che dopo il Gran Premio di Imola del 1994, quello funestato dalle morti di Ayrton Senna e Roland Ratzenberger e dalla ruota persa dallo stesso Alboreto nella corsia dei box – ruota che ferì 5 meccanici – Alboreto si sia battuto per la sicurezza nelle gare. È stato anche capace di rimetterci personalmente quando, dopo l’innalzamento dei limiti di velocità nella corsia dei box, fissato in un primo tempo a 50 km/h proprio a causa del suo incidente, ha continuato a rispettarlo perdendo così tempo prezioso a tutto vantaggio dei suoi rivali. Ma ci sono cose su cui non è giusto transigere, e la sicurezza è una di queste. Un grande, che ha avuto la forza di andare avanti da solo quando gli altri hanno pensato solo al loro tornaconto.

Michele Alboreto è morto il 25 aprile 2001. Avevo già visto morire Gilles Villeneuve nel 1982 –anche se ancora non seguivo il Campionato – , avevo letto della morte di Elio De Angelis nel 1986. Ho assistito al Gran Premio di Imola del 1994, e credo che chiunque lo abbia visto non lo possa dimenticare, anche se Ratzenberger per me era solo un nome, uno dei tanti sconosciuti che navigavano nelle retrovie, e da tifosa di Piquet non ho mai avuto troppe simpatie per Senna. Sembra brutto da dire dopo la sua morte ma è la verità, come è vero che quella gara mi ha sconvolta. È morto in prova, come De Angelis, ma come lui e come chissà quanti altri è morto per le gare. Gli sport di motori sono sport pericolosi, continuiamo a vederlo pure ora. Ricordo un bellissimo spettacolo di Marco Paolini trasmesso parecchi anni fa sulla Rai prima delle puntate di Report di quell’anno. Erano sei spettacoli in tutto. Cinque sono confluiti nel doppio DVD Teatro civico. 5 monologhi per Report: U-238-Cipolle e libertà-Trecentosessanta lire-Binario illegale-Bhopal 2 dicembre 1984. Manca proprio quello sui piloti morti negli anni ’50, e non ho idea del perché.

Guardiamo le gare – guardavamo, ormai non le guardo più – pensando che siano delle manifestazioni sportive come tante ma non è vero. Ci sono persone che muoiono a volte, e vuoti che restano per sempre.

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