Steve Milton: Figure Skating’s Greatest Stars

Quando, nel 1989, ho assistito allo storico triplo Axel di Midori Ito, non sapevo cosa fosse. Non avevo mai visto una gara di pattinaggio artistico, perciò mi mancavano sia la base storica che le conoscenze tecniche, e quell’esercizio l’ho visto per caso. Stavo facendo zapping e mi sono fermata, tanto per vedere se il pattinaggio potesse piacermi come l’anno prima mi era piaciuta la ginnastica artistica.

Io non sapevo cosa fosse un triplo Axel ma la commentatrice ovviamente sì, e non ha mancato di sottolinearne l’importanza, La Ito ha vinto quello che è rimasto il suo unico Campionato del Mondo, anche se poi vi ha aggiunto un argento olimpico e uno mondiale, e io ho scoperto che quello sport mi piaceva davvero tanto, infatti il giorno dopo sono tornata per vedere il galà. Fra gli altri ho potuto ammirare Isabelle e Paul Duchesnay, una coppia di danzatori francesi dallo stile notevolmente innovativo freschi vincitori della medaglia di bronzo e il campione maschile Kurt Browning, all’epoca l’unico uomo capace di eseguire un salto quadruplo. Al galà ha preso parte anche il ceco Petr Barna, quinto quell’anno e mai più in alto di un quarto posto ai mondiali, anche se nel 1992 ha conquistato un oro europeo e un bronzo olimpico. Lui non era capace di eseguire un triplo Axel, ricordo, e questo mi sembrava strano. La commentatrice ha sottolineato in diverse occasioni come per un uomo non fosse più possibile vincere senza quel salto, e io non capivo come un atleta di quel livello potesse esserne privo. Mi mancavano le basi storiche per capirlo. Ma quel salto era relativamente giovane. Eseguito per la prima volta dal canadese Vern Taylor nel 1978 (e nonostante questo Taylor si era piazzato solo al 15° posto), era stato perfezionato da un altro canadese, Brian Orser, per questo soprannominato “il re del triplo Axel”. Orser è stato il primo atleta che lo ha eseguito alle Olimpiadi, nel 1984, e il primo che ne ha eseguiti due nello stesso programma libero, e tre nell’intera competizione, ai mondiali del 1987, suo unico titolo iridato. A quel punto il salto era diventato fondamentale e chi non era capace di eseguirlo, come Barna, era inevitabilmente costretto a rimanere indietro.

Ma queste sono tutte cose che ho saputo dopo, quando il pattinaggio artistico è diventato qualcosa di più che il semplice svago di un pomeriggio in cui non ho altro da fare. Ora, volendo, avrei sempre altro da fare, ma faccio del mio meglio per trovare il tempo per il pattinaggio, magari anche per leggere libri come Figure Skating’s Greatest Stars di Steve Milton.

Il libro è del 2009 perciò mancano tutti gli ultimi risultati, atleti come Patrick Chan (vincitore degli ultimi tre titoli mondiali) o la mia amata Kim Yuna (campionessa olimpica e mondiale in carica) vengono presentati come possibili campioni del futuro mentre altri, quali le straordinarie coppie di danza composte da Tessa Virtue e Scott Moir (un titolo olimpico e due mondiali negli ultimi quattro anni) e Meryl Davis e Charlie White (che da quattro anni si alternano ai primi due posti del podio con Virtue e Moir) o Carolina Kostner, sono completamente assenti. L’italiano più citato in queste pagine è Carlo Fassi, e lo è per gli straordinari risultati ottenuti dai suoi atleti visto che il suo bronzo mondiale non viene neppure citato. Ma Milton non ha mai inteso di tracciare una storia completa di mondiali e olimpiadi con tanto di albo d’oro, che infatti non compare in queste pagine.

Questi sono, a suo giudizio, le più grandi stelle che il pattinaggio di figura su ghiaccio abbia mai avuto. E sono davvero tante le informazioni affascinanti che si trovano in queste pagine. Chi l’avrebbe mai detto che una donna fosse stata capace di piazzarsi seconda a un campionato mondiale in cui tutti gli altri iscritti erano uomini? Eppure è questo che ha fatto Madge Syers, seconda solo dietro al leggendario Ulrich Salchow, inventore dell’omonimo salto, nel 1902. Il regolamento si era dimenticato di escludere le donne dalla gara, perché nessuno pensava che una donna potesse voler competere. Era uno sport più adatto all’aggressività maschile, si diceva, e la cosa fa un po’ sorridere ora visto che molti pensano che sia uno sport da donne. No, è uno sport e basta, con le sue discipline, tutte egualmente importanti e affascinanti, e la Syers è stata fondamentale nella creazione della disciplina femminile. E se in Italia tutti ricordiamo che nel 1949 l’intera squadra del Torino perse la vita in un incidente aereo contro la collina di Superga – 31 i morti – anche il pattinaggio ha il suo volo disastroso.

Nel 1961, nel primo disastro aereo con protagonista un Boeing 707, l’intera squadra americana di pattinaggio che si stava recando ai Mondiali perse la vita. Il Sabena Flight 548, che trasportava 18 atleti, 16 familiari e i rispettivi coach si schiantò in fase di atterraggio a Bruxelles. Nell’occasione i morti furono 73. E se questo non è certo un momento di grande pattinaggio ma drammatica cronaca, è in seguito a questo che Fassi si recò negli Stati Uniti e contribuì a rendere grandi atleti quali Peggy Fleming, Dorothy Hamill, John Curry, Robin Cousins e, nelle fasi iniziali delle loro carriere, Scott Hamilton e Paul Wylie. A proposito di Curry, Cousins, ma anche di Toller Cranston e o di Janet Lynn, non avevo idea di come le figure obbligatorie potessero avere pesantemente condizionato in peggio i loro risultati, e di cosa avessero significato per il pattinaggio.

Nel 1989 ho visto solo il programma libero femminile e il galà. Risultati acquisiti, della gara l’unica cosa che ricordo è quel triplo Axel, e la delusione di Jill Trenary che comunque si sarebbe rifatta l’anno dopo. Nel 1990 ho visto l’intera competizione, ma le figure obbligatorie, all’ultimo anno di gara prima della definitiva cancellazione, contavano solo per un quinto del punteggio finale, perciò per me erano davvero poco significative. Kurt Browning, l’atleta per cui tifavo di più, aveva vinto eseguendo un libero straordinario nonostante avesse dovuto recuperare da un precedente secondo posto, quindi che importanza potevano avere? I Duchesnay erano arrivati secondi, e gli obbligatori avevano influito davvero poco su quel risultato. E invece no, se alla fine gli obbligatori hanno gradualmente perso importanza fino a essere eliminati un motivo c’è, e queste pagine lo spiegano benissimo. Come spiegano cosa abbia fatto di tanto importante Frank J. Zamboni anche se non è stato un pattinatore, o ricordano il norvegese Axel Paulsen, mai ammesso a una gara di pattinaggio di figura perché aveva vinto premi in denaro nella velocità e quindi era stato bollato con il marchio infamante di essere un professionista. Non so quanto lo ricordino ora nel pattinaggio di velocità ma, come fa notare Milton, ironicamente il suo nome è ricordato in ogni manifestazione di pattinaggio artistico.

Ecco, il libro è tutto questo e molto di più. Presenta il ritratto di 63 atleti appartenenti alle quattro discipline. Atleti di varie epoche, dalle origini ai giorni nostri. Quasi tutti hanno vinto tanto, qualcuno, per colpa di regolamenti in seguito cambiati magari anche grazie alla sua storia, ha vinto poco, ma tutti hanno lasciato un segno indelebile nella storia del pattinaggio. Salti mai visti prima, controversie giudiziarie, movimenti innovativi, personalità carismatiche, influenze che sono durate ben più della loro carriera, il libro è davvero una lettura affascinante, imperdibile per chiunque voglia conoscere meglio uno sport che unisce atletismo e grazia, gesti apparentemente impossibili a una leggerezza quasi sovrumana e che consente uguali possibilità espressive a uomini e donne. Come ha scritto Milton, guardare indietro, conoscere queste storie, dona una migliore comprensione per poter andare avanti.

Un estratto del libro: http://www.amazon.com/Figure-Skatings-Greatest-Stars-Milton/dp/1554073243.

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