Sonia Bianchetti Garbato: Crepe nel ghiaccio. Dietro le quinte del pattinaggio artistico

Seguo pattinaggio dal 1989. Televisione, quando trasmette Europei, Mondiali e Olimpiadi – e pure un abbonamento a Tele+2 fatto per ammirare Kurt Browning quanto era passato fra i professionisti – e una rivista francese di pattinaggio comprata per quattro anni. Solo recentemente ho iniziato a leggere libri, anche perché testi che avrei comprato più che volentieri se li avessi viste nelle nostre librerie non sono mai stati tradotti. L’autobiografia di Browning, Kurt. Forcing the Edge, di cui parlerò in abbondanza, e poi Figure Skating’s Greatest Stars di Steve Milton, comprati su Amazon perché per avere alcuni libri l’unica possibilità è internet. Un altro libro mi arriverà nei prossimi giorni.

Il libro di Milton si concentra su alcuni dei più grandi campioni che hanno fatto la storia del pattinaggio artistico. La maggior parte di questi atleti si sono ritirati ben prima che io iniziassi a seguire il pattinaggio, ma sono riuscita a tifare per un buon numero di quelli attivi negli ultimi 24 anni. E poi leggere le storie più vecchie si è rivelato davvero affascinante. Io però le figure obbligatorie, quelle che hanno pesantemente condizionato la carriera di atleti quali Toller Cranston o Janet Lynn non le ho viste. A vederle in realtà le hanno viste solo i giudici delle varie competizioni e gli spettatori presenti sul ghiaccio in quei giorni, dato che erano un elemento così tecnico da risultare noioso a vedersi. Una volta ho visto gli obbligatori della danza, ed effettivamente a parte le tre-quattro coppie migliori, che erano comunque notevoli da vedere, il resto si giocava su dettagli talmente piccoli da risultare incomprensibili per dei profani e i movimenti erano di una ripetitività logorante. Per questo la televisione non li trasmetteva mai, anche se, specie fino alla fine degli anni ’70, erano l’elemento che più di ogni altro influiva sul risultato finale.

Nel 1989 contavano poco, e comunque io non ho seguito le gare. Ho visto solo il programma libero delle donne, e Midori Ito è stata così brava che ha letteralmente sbaragliato le altre. Ha dominato il programma lungo e si è portata a casa il titolo. Kurt Browning, Christopher Bowman e Grzegorz Filipowski fra gli uomini, Ekaterina Gordeeva e Sergei Grinkov, Cindy Landry e Lyndon Johnston e Elena Bechke e Denis Petrov fra le coppie di artistico e Marina Klimova e Sergei Ponomarenko, Maia Usova e Alexander Zhulin e Isabelle e Paul Duchesnay fra le coppie di danza erano le medaglie già assegnate. Per me erano storia, ho sentito fare quei nomi, ho pure ammirato gli atleti nel galà, ma non li ho visti, erano dato già acquisito. Ho invece visto la Ito piazzarsi davanti a Claudia Leistner e Jill Trenary. Incidentalmente noto che di questi dodici atleti (o coppie di atleti) ben cinque compaiono nel libro di Milton, libro che non comprende né tutti i campioni del mondo né tutti i campioni olimpici della storia, a dimostrazione di quanto sia selettivo.

Midori Ito

La Ito ha vinto con un programma libero storico, gli altri titoli erano già stati assegnati, e io delle figure obbligatorie non ne sapevo un accidente. Ne ho sentito parlare l’anno dopo, quando i mondiali li ho seguiti per intero, ma visto che ormai contavano solo per il 20% del risultato finale non ho sentito davvero la loro presenza. Certo non hanno influito sui risultati finali delle gare maschile e di danza, non ricordo negli altri casi. E quello è stato l’ultimo anno che c’erano, al di là della danza che ha una storia a parte e che ha mantenuto le danze obbligatorie fino al 2010. Fra l’altro ricordo che udue atleti italiani, Federica Faiella e Massimo Scali, sono stati gli ultimi a eseguire in gara una danza obbligatoria. Come risultati internazionali vantano due argenti agli Europei (2009 e 2010) e un bronzo ai Mondiali (2010), oltre a sette titoli e due secondi posti ai campionati italiani. Ottimi risultati, ma è buffo che la cosa per cui il pattinaggio li ricorderà di più è una che non è dipesa da loro ma da una casualità del sorteggio.

A quanto pare divagare è una cosa che mi viene davvero bene. Comunque per me le figure obbligatorie contavano davvero poco perché io non ho praticamente fatto in tempo a vederne gli effetti sulla classifica finale e sulla carriera degli atleti. Milton, che a parte le biografie dei campioni traccia anche una rapida storia del pattinaggio, ne ha parlato in abbondanza e mi ha fatto capire quanto sia stata necessaria e importante la loro abolizione. E chi si è battuto perché venissero abolite è stata principalmente Sonia Bianchetti. Già solo questo è bastato per far concentrare la mia attenzione su di lei. In più c’è quel discorso che facevo prima relativo alla lealtà nello sport, e al fatto che deve vincere il migliore. Io non concepisco come si possa barare. Evidentemente sono ingenua io, ma non sono mai riuscita a barare nei giochi con gli amici, perché sapere di aver vinto facendo qualcosa di scorretto mi avrebbe tolto tutto il divertimento e tendo a proiettare questo mio modo di essere su tutto. E una volta che si hanno abbastanza soldi per vivere dignitosamente e senza problemi nemmeno il denaro è importante. Perciò l’idea di barare è qualcosa che esula da me e che mi ripugna profondamente. Non ne vedo l’utilità, il guadagno – di prestigio o economico – non vale il disgusto che proverei verso me stessa, anche se so che molte persone non la pensano come me. Prendiamo i politici: la mia opinione di loro, dopo quanto ho visto in questi anni, non potrebbe essere più bassa. Ogni nuovo scandalo che li coinvolge mi rattrista perché vedo quanto la situazione sia disgustosa, mi stupisce per la loro fantasia e faccia tosta ma non mi sorprende davvero perché da loro non mi aspetto nulla di buono. Ecco, il libro della Bianchetti è in buona parte politica. Sportiva, ma pur sempre politica.

Milton la cita brevemente, ma il passaggio è significativo e me l’ha resa subito simpatica: “It got so bad that by 1978, at the suggestion of technical chairperson Sonia Bianchetti, the Soviet Union was barred from providing international judges for an entire season” (pag. 65). Sta parlando, Milton, dell’abitudine di alcune federazioni di assegnare i voti non in base a quanto eseguito dall’atleta sul ghiaccio ma in base alla sua nazionalità.

John Curry

A quanto pare l’ingiustificata preferenza del blocco sovietico (paesi del Patto di Varsavia) per Vladimir Kovalev, da loro preferito al più bravo John Curry, è stata così palese da spingere l’ISU (International Skating Union) a comminare una sanzione durissima. Ecco, una così, che si batte perché trionfi lo sport al di là di ogni giochetto politico, merita tutta la mia stima. E così ho finalmente comprato Crepe nel ghiaccio che, per chi non lo sapesse, è stato addirittura pubblicato qualche tempo prima che in italiano nella sua versione inglese con il titolo Cracked Ice – Figure Skating’s Inner World. La Bianchetti nel ghiaccio è una che è stata importante davvero, è stata la prima donna a ricoprire determinati ruoli, ha scritto manuali tecnici per i giudici e contribuito alla nascita di seminari appositi, aiutato a diffondere il pattinaggio artistico su ghiaccio nel mondo , combattuto con successo le figure obbligatorie (anche se ha affrontato una resistenza così dura che per farcela le sono serviti parecchi anni) e combattuto, con alterne fortune, i giudizi pilotati e le combine. Lei era per la linea dura, l’unica secondo me possibile, e i suoi risultati li ha ottenuti. A quanto pare le cose ora stanno in modo diverso, dopo che Sonia è stata sconfitta a livello politico e la federazione è più interessata ad avere una buona immagine che a fare giustizia. Il caso delle Olimpiadi del 2002, con la giudice francese che durante la gara ha preferito i russi Elena Berezhnaya e Anton Sikharulidze ai canadesi Jamie Salé e David Pelletier, interpreti di un programma fenomenale, salvo poi confessare di non aver giudicato secondo coscienza a causa delle pressioni del presidente della sua federazione, è emblematico. Alla fine, caso unico nella storia del pattinaggio, sono state assegnate due medaglie d’oro perché i canadesi erano stati più bravi ma gli atleti russi non erano colpevoli per i maneggi delle federazioni e togliergli il titolo non sarebbe stato bello nei loro confronti, ma i veri colpevoli non sono stati davvero puniti. Questo perché i tempi sono cambiati da quando a prendere certe decisioni, o a poterle influenzare, c’era Sonia Bianchetti. Quello che è cambiato è il sistema di giudizio, ma di questo parlerò in un’altra occasione perché comunque mi sto dilungando fin troppo. Certo la mia stima per Ottavio Cinquanta, presidente dell’ISU, mai troppo alta, non è migliorata dopo questa lettura.

Jamie Salé a David Pelletier

In Italia è stato presentato come positivo il fatto che il presidente dell’ISU sia un italiano. Non avendo mai tifato per atleti italiani la cosa mi fa poco effetto. All’epoca di Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio io tifavo per i finlandesi Susanna Rahkamo e Petri Kokko prima e per i canadesi Shae-Lynn Bourne e Viktor Kraatz poi, e a Carolina Kostner, pur con tutta la mia ammirazione, ho sempre preferito Michelle Kwan, Kim Yuna e pure Irina Slutskaya, Joannie Rochette e Mao Asada. E comunque i risultati li devono ottenere gli atleti, non i giudici o i politici. No, il primo peccato di Cinquanta è quello di provenire dalla velocità. Cosa ne può sapere un esperto di pattinaggio di velocità di pattinaggio artistico? E quanto glie ne può importare? Già prima avevo questi dubbi, ora che ho avuto la risposta non è una di quelle che mi fa fare i salti di gioia, anche se sono contenta di aver letto quello che ho letto. Almeno mi si sono schiarite le idee.

Il secondo peccato di Cinquanta risale ai Mondiali di Edmonton del 1996. Edmonton, Canada. Indovinate chi avrebbe voluto pattinare nella cerimonia di apertura? Chi mi conosce lo ha già capito, Kurt Browning. Avrebbe dovuto pattinare Bring Him Home, dai Miserabili, nella cerimonia d’apertura. Se quei mondiali si sono svolti a Edmonton è in parte per merito di Browning, del suo talento come pattinatore e dell’entusiasmo che lo ha sempre accompagnato. Dopo il suo passaggio manifestazioni che prima contavano 5.000 spettatori poi sono passate a contarne 18.000, il tutto esaurito. Kurt avrebbe dovuto pattinare e non lo ha fatto, anche se Cinquanta lo sapeva da mesi, perché due giorni prima della gara ha detto che non poteva perché era un professionista. Mica si era iscritto alla gara, avrebbe dovuto solo aprire lo show come due mesi prima avevano fatto agli Europei i professionisti Ludmila Belousova e Oleg Protopopov. “Una regola è una regola”, avrebbe detto Cinquanta a proposito di una regola che non c’era, ma a quanto pare è bravissimo a farsele da solo per punire federazioni con cui ha avuto problemi, come quella canadese. L’episodio, che ricordavo benissimo, è raccontato dal Calgary Herald: http://www.kurtfiles.com/articles/article.php?id=573&cat=KURT. Un altro racconto dell’episodio si trova qui: http://www.kurtfiles.com/articles/article.php?id=46&cat=KURT. Complimenti, Mr. President! Alla fine Kurt dopo aver cantato (!) nella cerimonia d’apertura ha pattinato in quella di chiusura, probabilmente perché i giornali canadesi non si sono fatti alcun problema nel far sentire la loro voce.

E poi c’è il sistema di punteggio, un vero capolavoro. Mi fa pensare al sistema per misurare il valore delle poesie del professore emerito J. Evans Prichard, e questo ben prima di aver letto Crepe nel ghiaccio. Non stiamo parlando di tubi, stiamo parlando di poesia. Ma si può giudicare la poesia facendo la hit parade? Una gara deve avere una classifica, ma un computer non è la soluzione a tutti i problemi.

Il libro di Sonia Bianchetti parla poco di pattinaggio artistico. L’ultimo capitolo ricorda alcuni atleti perché se lei e tanti altri, io compresa, amiamo questo sport, è per merito loro, ed è solo di loro che sarebbe bello poter parlare. Ma, se si vuole andare un po’ più in profondità, capire i perché di alcune evoluzioni, perché alcuni cambiamenti erano fondamentali per la crescita del pattinaggio artistico e capire anche quali problemi ci siano ancora dietro al bellissimo ma fragile schermo costituito dalle esibizioni più importanti, questa è una lettura davvero importante. E se anche Sonia, per motivi indipendenti dalla sua volontà, non ha più un ruolo attivo nel pattinaggio, credo che tutto quel mondo debba ringraziarla per il suo operato.

Edit: Sonia Bianchetti Garbato è stata inserita nella Hall of Fame dell’ISU, a dimostrazione dell’importanza del suo operato: http://www.artonice.it/?q=it/node/18122.

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