Rudyard Kipling: Se

Rudyard Kipling

Se sai incontrarti con il Trionfo e la Rovina/E trattare questi due impostori allo stesso modo.

Con una notevole modestia ho scelto questi due versi di Rudyard Kipling come sottotitolo del mio blog. Per librolandia, dedicato alla narrativa, mi ero limitata a Marion Zimmer Bradley, qui ho voluto citare qualcuno un filo più importante. Questi due versi, o meglio la loro versione originale, si trovano incisi all’ingresso del Centre Court di Wimbledon. Wimbledon, mica un posto qualsiasi.

If you can meet with Triumph and Disaster

And treat those two impostors just the same

Wimbledon

La traduzione, Trionfo e Rovina, mi fa un po’ ridere, mi fa pensare a Preservazione e Rovina in Mistborn. Il Campione delle Ere di Brandon Sanderson, romanzo che amo e che devo trovare il tempo di rileggere. Ma, Sanderson a parte, queste parole mi piacciono davvero. Qualche volta ho sentito la coppia Tommasi/Clerici commentare che Stefan Edberg sembrava davvero averle assimilate perché non era mai fuori dalle righe in caso di vittoria ed era capace di accettare le sconfitte con classe. Si può vincere, si può perdere, ma non bisogna consentire ai risultati sportivi di toccarci più di tanto e di trasformarci in qualcosa di diverso da quello che siamo.

Daniela Silivas

Per me è facile parlare, i miei successi sportivi si limitano a un primo e svariati secondi posti nelle competizioni campestri di circa 10 chilometri che si disputavano nel paese dove vivevo io e nei paesi limitrofi. E non è colpa mia se arrivavo sempre seconda: al primo posto si piazzava una classificata a livello nazionale che abitava nel mio stesso paese e che usava quelle gare come allenamento, come diavolo avrei potuto batterla? Con risultati così è facile mantenere l’umiltà. Quando le prestazioni migliorano è un po’ più difficile, ma qualcuno ci riesce lo stesso. Si dice che nessuno si ricordi dei secondi, ma provate a fare nell’ambiente della ginnastica artistica il nome di Daniela Silivas e vedrete le reazioni. Nel concorso individuale il meglio che le è riuscito di fare è stato un secondo posto olimpico, un terzo mondiale e un primo solo agli Europei (ma quando gli Europei erano difficili quanto un Mondiale visto che non esistevano ancora le asiatiche e che solo un paio di americane erano state capaci di ottenere risultati importanti). Certo, all’ultima rotazione delle Olimpiadi era in testa e la giudice russa le ha sicuramente dato un punteggio molto più basso di quello che il suo esercizio avrebbe meritato. C’entra forse qualcosa che la sua avversaria fosse una russa? Hanno pure provato a provocarla in conferenza stampa, dopo che nei successivi quattro concorsi di specialità lei si è portata via tre ori e un bronzo e Yelena Shushunova, la sua avversaria, “solo” un argento e un bronzo. Le hanno chiesto chi fra le due fosse la più forte, e se il suo allenatore ha suggerito di contare il numero di medaglie conquistate dalle due ragazze lei è rimasta in silenzio. Ha accettato la sconfitta, sempre, continuando a combattere. Per vari motivi, errori suoi o giurie non proprio oneste, non ha mai ottenuto il titolo individuale se non agli europei? Uno o due giorni dopo, nelle gare di specialità, ricacciava regolarmente la delusione in un angolino lontano e si portava via più medaglie (e di quelle pregiate) di tutte le sue avversarie.

Kurt Browning

Kurt Browning. Ho visto il video di un’esibizione in Asia. L’annunciatore lo presentava come quattro volte campione canadese, e lui esultava. Quattro volte campione del mondo, e lui esultava. Due volte campione olimpico, e lui si disperava. Perché? Perché era chiaramente un errore. Un errore deliberato, quella scena faceva parte del contesto umoristico in cui lui voleva inserire l’esercizio. Anche se Kurt si è presentato da favorito a ben due Olimpiadi (campione del mondo 1989, 1990 e 1991 alle Olimpiadi del 1992, e due anni dopo – in quell’unica occasione le Olimpiadi sono state sfasate di soli due anni e non di quattro – a cui ha aggiunto un secondo posto ai Mondiali del 1992 e un altro titolo nel 1993 come biglietto da visita alle Olimpiadi del 1994) non si è mai piazzato più in alto del quinto posto. Nel 1992 si era fatto male, non avrebbe nemmeno dovuto andare alle Olimpiadi. Ha rischiato grosso a partecipare, e i suoi sforzi sono finiti nel nulla. Nel 1994, dove era stato pure portabandiera, ha fatto un errore nel programma tecnico e non è riuscito a toglierselo di testa, al punto che ne ha fatto un secondo ed è scivolato al dodicesimo posto. Ha pianto davanti all’intervistatore, e si è scusato con il Canada. Due giorni dopo è tornato sul ghiaccio e con un programma non perfetto, il terzo quando lui generalmente faceva il primo, è risalito fino al quinto posto. Ha combattuto contro la delusione, ha avuto un 1994 da dimenticare ed è andato avanti. La risalita in classifica all’Olimpiade ha dimostrato forza di volontà, e quello che ha fatto dopo è stato ancora più straordinario. Ora ha trovato anche la forza di scherzare su quel vuoto nel suo palmares. Trionfo e Rovina, questi due impostori, non sono davvero ciò che definiscono Kurt, un campione per ciò che ha saputo fare anche al di fuori delle competizioni ufficiali.

Stefan Edberg

Stefan Edberg, dicevo, non aveva mai un comportamento fuori dalle righe. Quanta gente ha considerato Boris Becker più forte di lui? Certo, guardando i confronti diretti il tedesco ne ha vinti circa due terzi. Stefan ha vinto quelli più importanti, e per molta gente ogni volta che vinceva era quasi una sorpresa. Mai sospettato che Stefan fosse capace di stringere i denti e arrivare in fondo a un torneo anche quando era fuori forma e che Becker invece fosse incapace di farlo? Se non era in forma il tedesco veniva eliminato precocemente. Se andava avanti era perché stava giocando bene, e fra lui in forma e un Edberg fuori forma che in qualche modo era comunque arrivato in finale o in semifinale, chi era il favorito? Sei tornei dello Slam a testa, certo, anche se Becker non si è mai dovuto ritirare da una finale che quasi certamente avrebbe vinto perché la sua schiena l’ha piantato in asso. Australian Open 1990, ovviamente, ma ci sono altri episodi in cui la fortuna ha detto no, e Stefan non se ne è mai lamentato. 72 settimane contro 12 al primo posto della classifica, e indovinate chi è rimasto in cima più a lungo? Sì, proprio quello generalmente ritenuto meno forte. Non che io mai abbia misurato il valore di Stefan in base a quello che faceva Becker, semplicemente lo hanno fatto in tanti e io ho provato a guardare qualche dato. No, mi piaceva il suo comportamento, e sono molto felice del fatto che il premio alla sportività porti il suo nome. Mi piaceva il suo modo di giocare, amavo e amo tutt’ora i suoi movimenti elegantissimi. E, finito di giocare, è rimasto la persona che era. Mai fuori dalle righe, appunto. Costruisce palazzetti sportivi a risparmi energetico che ricevono premi di importanza mondiale e gareggia nel circuito senior, dove è pure riuscito a migliorare il suo dritto. Su cosa facciano altri preferisco stendere un velo pietoso.

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise;

If you can dream—and not make dreams your master;
If you can think—and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same:
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ’em up with worn-out tools;

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: “Hold on!”

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And—which is more—you’ll be a Man, my son!

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtu’,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

Susanna Rahkamo e Petri Kokko

Non tutti i versi della poesia di Kipling mi convincono allo stesso modo, ma le vittorie non sono tutto. Non sono mai state tutto per me come spettatrice, altrimenti non riuscirei a guardare il programma tecnico dell’Olimpiade del 1994 ammirando l’incredibile sequenza di passi eseguita da Kurt Browning e ignorando totalmente quei due errori che ne hanno pesantemente condizionato il risultato. Non mi sarei divertita a vedere Stefan Edberg perdere contro Michael Stich un bellissimo incontro alla Grand Slam Cup 1992, o annoiata a vederlo battere Marcelo Rios a Roma nel 1995. Contro Stich ha giocato bene e il match, finito 7-6 (7-4). 6-7 (4-7), 8-6, si è deciso su pochissime palle, anche grazie a un briciolo di fortuna dell’uno e sfortuna dell’altro. Contro Rios ha giocato davvero male, e se il cileno non è mai riuscito a leggere il servizio di Stefan è solo perché i suoi movimenti erano diversi da tutto ciò a cui lui era abituato. Il divertimento è variato in base al livello di gioco, non al risultato, anche se non mi sono mai lamentata quando gli atleti per cui io ho tifato hanno vinto una manifestazione o un incontro. Non avrei tifato per Susanna Rahkamo e Petri Kokko contro Pasha Grishuk ed Evgeni Platov. Lo sapevo benissimo che i russi erano più forti, e infatti hanno vinto quattro titoli mondiali, due olimpici e tre europei, contro un unico titolo europeo dei finlandesi (che hanno vinto l’anno in cui Grishuk-Platov erano assenti), un secondo e un terzo posto mondiali e un quarto posto olimpico. I russi erano tecnicamente più bravi ma i finlandesi mi davano più emozioni, e questo per me era sufficiente. Le vittorie sono importanti ma non sono tutto. Ammiro gli atleti che sanno accettare la sconfitta e che non si montano la testa per la vittoria, e ammiro coloro che sanno donarmi emozioni. Questo è ciò di cui parlo qui: emozioni, al di là di vittoria e sconfitta, o al di là di Trionfo e Rovina.

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