David Foster Wallace: Il tennis come esperienza religiosa

Anche se a livello giovanile David Foster Wallace era un tennista promettente, la sua fama è legata alla scrittura. Narratore e saggista, non ha però mai dimenticato la passione per il tennis, e a questo sport ha dedicato diversi articoli, oltre a renderlo un elemento fondamentale delle sue storie.

Il tennis come esperienza religiosa comprende due articoli di giornale, Democrazia e commercio agli U.S. Open, in teoria dedicato a un match fra Pete Sampras e Mark Philippoussis agli U.S. Open del 1995, e Federer come esperienza religiosa (già pubblicato autonomamente in Italia in un volume ormai fuori catalogo), dedicato al campione svizzero e scritto nel settembre del 2006. In teoria, perché quando vuole divagare Foster Wallace è persino più spudorato di me.

David non è un cronista. Quando vuole descrive qualche punto, e la sua conoscenza del gioco è tale che il lettore riesce a rivedere nella sua mente ogni singolo gesto che nelle sue parole viene dilatato all’infinito. Avete presente le azioni di gioco interminabili del cartone animato Holly e Benji? Il pallone rimane sospeso nell’aria mentre i giocatori con calma si posizionano per i loro tiri impossibili. In questo libro i tennisti, Sampras e Federer in particolare, sembrano capaci di far fermare la pallina nell’aria mentre loro con calma compiono i gesti necessari a eseguire un colpo straordinario. E quando tutto è finito scopriamo che il tempo era interminabile solo per il lettore, sospeso nella sua incredulità, ma che nella realtà il tutto era ancora più difficile perché si è svolto a velocità supersonica.

Ecco, se vuole Foster Wallace sa fare il cronista, e sa raccontare i punti in modo molto dettagliato. In genere però non è interessato a farlo, come non è interessato a farlo Gianni Clerici. Lui preferisce parlare di tutto il resto, delle code che si fanno in ogni istante, dell’atmosfera che si respira, dell’aspetto degli spettatori, degli sponsor e di tutto quanto in teoria non fa notizia. Democrazia e commercio, si chiama così il suo articolo, non Grandi colpi agli U.S. Open o qualcosa del genere. E se il lettore è interessato a capire quale sia l’atmosfera dei tornei, o degli incontri, i suoi articoli sono perfetti. Se vuole la cronaca della partita è meglio che legga altro. Per quanto mi riguarda, non essendo mai stata tifosa né di Sampras né di Federer, non ho bisogno di una cronaca vera, e sono sempre stata un’amante delle divagazioni.

A volte mi domando che razza di testi stia scrivendo qui dentro. Il soggetto principale, anche se parlo di sport ad altissimi livelli, sono io. Parlo dei miei pensieri, delle mie emozioni, dei miei ricordi. Divago appunto. Lo faccio in modo molto più marcato di quanto non lo faccia su librolandia, dove almeno ogni tanto uso un tono giornalistico e in diverse occasioni fornisco informazioni in modo assolutamente spassionato, al di là del fatto che sono io a decidere quali informazioni fornire. Però parlo come se i pochissimi lettori di sportlandia (e ho appena tolto il collegamento con Facebook e Twitter che avevo inserito pochi giorni fa in modo da evitare che qui arrivi troppa gente dopo due soli messaggi linkati in automatico) conoscessero tutte le mie idiosincrasie che conoscono i lettori abituali del mio blog principale. Mi sa che chiunque capiterà qui – e le possibilità per farlo sono poche visto che ho sparso davvero pochi link in giro per la rete – leggerà solo un pezzo, magari non lo finirà neppure, e fuggirà via inorridito per non tornare mai più. Pazienza. Ho bisogno di rilassarmi anch’io, e questo è uno dei posti dove lo faccio.

Non sono una tifosa né di Sampras né di Federer. E allora perché ho letto questo libro? Per via del suo titolo, perché secondo me lo sport ad alti livelli può davvero essere un’esperienza religiosa, come ha detto una volta un autista a Foster Wallace e come lui ha ribadito per i suoi lettori.

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Scopo degli sport agonistici non è la bellezza, anche se gli sport ad alto livello sono luogo deputato per l’espressione della bellezza umana.

Pag. 46

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L’ho sempre pensato, certi gesti sono bellezza pura, davanti alla quale si può solo restare ammirati come davanti a una straordinaria opera d’arte. Io sono una fan di Stefan Edberg. Ho esultato per le sue vittorie e ho provato dispiacere e delusione per le sue sconfitte. I risultati sono importanti nello sport, ma non sono tutto. Questo è uno dei tanti, tantissimi colpi che ho amato e che mi piace ancora rivedere (peccato che il tempo a disposizione per queste cose sia quello che sia, cioè quasi inesistente…):

I tre match point Ivan Lendl li avrebbe annullati, e Stefan avrebbe vinto il match solo al quinto set, ma non è questo il dettaglio per me più importante. L’avete guardato il punto? Avrei potuto sceglierne un altro fra chissà quanti, ma questo va benissimo per quello che voglio dire. L’avete visto? Si chiude con un passante di rovescio lungolinea vincente. Lo scopo di quel rovescio è fare il punto, e ci riesce benissimo. Tanti campioni giocano o hanno giocato rovesci con la stessa efficacia. Ma avete visto la bellezza del gesto? L’eleganza del movimento di Edberg? Avete mai guardato l’eleganza dei suoi movimenti di piedi con piccoli passetti, il suo rovescio fluido, le sue gambe che si piegano e trovano la posizione, i movimenti del braccio così precisi, misurati, e così apparentemente casuali. Stefan era, è ancora nei suoi match da senior, quasi inconsapevolmente elegante. Non si muove cercando la bellezza del gesto ma la sua efficacia, e la bellezza è quasi sempre connaturata a ciò che fa.

Foster Wallace accosta l’esperienza religiosa ai gesti impossibili, io l’accosto ai gesti prefetti. Del resto che non siamo d’accordo su tutte le accezioni del termine e sul modo di guardare uno sport è evidente da un passaggio che c’è qualche riga più in giù:

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Negli sport maschili non si parla mai di bellezza, di grazia, del corpo.

Pag. 47

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Kurt Browning

Questo esclude il pattinaggio artistico, disciplina nella quale, anche nelle competizioni maschili, la bellezza è importante. Molti tendono a considerare poco ginnastica e pattinaggio, come se il fatto di avere una giuria li rendesse sport inferiori e non discipline reali. Piccola informazione: anche la boxe ha una giuria, i pugili mica vincono sempre per k.o. Eppure non c’è lo stesso pregiudizio.

Certo, ci sono i salti, ed è indubbio che fare un salto quadruplo, magari pure in combinazione, sia qualcosa di tecnicamente molto difficile. Probabilmente i salti sono l’unica difficoltà che riconoscono al pattinaggio molte persone che del pattinaggio sanno ben poco. In quello sport la bellezza è lo scopo, unita a un elevato contenuto tecnico. Puoi fare i passi e le trottole più belli del mondo, ma se non salti non vinci. Ma a parità di salti chi vince è chi ha fatto l’esercizio più bello a livello di fluidità, armonia, emozioni trasmesse. Non per nulla gli esercizi di pattinaggio, al di là della musica di accompagnamento, si guardano in un silenzio religioso.

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C’è stato un altro passaggio che ho trovato significativo, al di là dell’evidente venerazione di Foster Wallace per Wimbledon, venerazione che condivido in pieno, e fa parte della spiegazione del modo in cui Federer ha sconfitto Jonas Björkman, giocatore che mi è sempre piaciuto.

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Immaginate di essere una persona dotata di riflessi, coordinazione e velocità preternaturali e di giocare un tennis ad alto livello. Giocando non vi sembrerà di possedere riflessi e velocità fenomenali, semmai vi sembrerà che la palla da tennis sia piuttosto grossa e rallentata, e che possiate colpirla con tutta calma.

Pag. 60

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O, per dirla con altre parole, “La palla che gli va incontro [a Federer] rimane a mezz’aria, per lui, una frazione di secondo più del dovuto” (pag. 59). Avevo già parlato di questo fenomeno, definito “essere in zona”, in un articolo dedicato a Robert Jordan: http://www.fantasymagazine.it/approfondimenti/19563/robert-jordan-la-ruota-del-tempo/. E se per voi il tennis e la fantasy sono due cose profondamente diverse e incompatibili, per me sono due dei tanti elementi che compongono la mia personalità, perciò associazioni di questo tipo mi vengono benissimo e mi danno l’occasione per divagare ancora un po’.

Il tennis come esperienza religiosa non è in libro per tutti e non è neppure un libro fondamentale. Consente di divagare, di capire meglio cosa ruota intorno a ciò che vediamo in televisione – sì, ho visto anch’io qualche match dal vivo, Martina Navratilova, Monica Seles, Tim Henman, purtroppo mai Stefan, ma non sono mai andata ad assistere a un torneo dello Slam – e di interrogarsi meglio sul perché ci piace quel che ci piace, ma se qualcuno vuole una cronaca è meglio che legga qualcos’altro.

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