I colpi dei campioni

Per breve tempo negli anni ’90 ho accarezzato il sogno di diventare una scrittrice. Mi è sempre piaciuto scrivere, oltre che leggere, e così a un certo punto ho fatto il mio tentativo. Il mio romanzo è morto (e giustamente sparito nel nulla) dopo una ventina di pagine, quando mi sono resa conto che stavo provando a fondere Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien con Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley. La vera narrativa non è imitazione ma creazione, cosa di cui mi sono resa conto da sola intorno ai vent’anni. Considerando che c’è gente molto più vecchia di me che non lo ha ancora capito non me la sono cavata troppo male.

Dopo un periodo di stop ho provato con i racconti, cosa molto più sensata. Come ha fatto spiegato George R.R. Martin – anche se io questo l’ho saputo solo molti anni più tardi – scrivere un racconto consente di farsi le ossa, di esplorare meglio le proprie capacità e le strutture della narrativa senza ritrovarsi in qualcosa di così grosso che per un principiante può essere difficile da gestire. Soprattutto, se il racconto non viene pubblicato si sono buttate via un paio di settimane, magari anche uno o due mesi, non uno o più anni come quando non viene pubblicato un romanzo. E così ho provato con i racconti. Pochi, prima di rinunciare anche a questo tentativo.

Il fatto è che bisogna avere un’idea e bisogna saperla sviluppare, e a quanto pare le mie doti sono limitate. Forse non le ho coltivate nel modo giusto, ma a questo punto non mi interessa neppure più scoprirlo. Impegnarmi in questo senso mi richiederebbe una quantità di energie che non ho, non ora e non per questo. So scrivere articoli giornalistici, e mi diverto pure a farlo, come provano i miei testi per FantasyMagazine e per Effemme. Sul blog – sui blog dovrei dire ora – sono più chiacchiere, come ora, anche se ogni tanto anche lì/qui pubblico qualche articolo vero. Però qualche racconto l’ho scritto, e due mi sono pure stati pubblicati su Il tennis italiano.

Io in realtà alla rivista ne ho mandati tre, ma il primo era talmente insignificante che giustamente non ne rimane più alcuna traccia. Il secondo è Il lawn tennis, pubblicato sul numero di agosto 1995. Ho ancora le riviste, ovvio. Quel racconto mi ha fatto vincere un anno di abbonamento gratis. Però anche se ho fatto qualche piccola ricerca sul tennis di fine ‘800 e se ho sviluppato io la storia la trama non è una mia invenzione. Soprattutto non lo è l’elemento centrale, perciò non riesco ad amare quel testo fino in fondo. Il successivo, pubblicato nel settembre del 1998, mi piace molto di più. Lì l’idea è totalmente mia, al di là di un commento di mio fratello che mi ha fatto scrivere una frase conclusiva migliore rispetto a ciò che altrimenti avrei fatto io. Si intitola I colpi dei campioni.

Jana Novotna e la Duchessa di Kent a Wimbledon 1993

Come detto il racconto è stato pubblicato nel 1998, ma io lo avevo scritto molto prima, probabilmente nel 1995. Da come lo ricordo non era stato molto successivo rispetto al Lawn tennis, senza considerare che io faccio riferimento ai tennisti contemporanei, e in tre anni le cose cambiano. Per esempio cito una partita di Jana Novotna a Wimbledon ma senza entrare nei dettagli. All’epoca in cui ho scritto il racconto potevo riferirmi a un solo match, la finale da lei persa contro Steffi Graf nel 1993 dopo aver condotto per 4-1 (con due break) nel terzo set. Da lì, da quelle palle per il 5-1, è stato un profluvio di doppi falli e di palle tirate fuori di oltre un metro, per una sconfitta entrata nella storia del torneo. Gioco stupendo e animo fragile fragile.

Nel 1997 però Iana è tornata un’altra volta in finale, perdendo per l’occasione da Martina Hingis. In questo secondo caso il suo suicidio sportivo è stato meno plateale, i colpi non erano tirati fuori di così tanto e non era stata a un soffio dalla vittoria, anche se un confronto fra il suo modo di giocare nel primo set e quello dei set successivi dona quasi l’impressione che in campo ci siano due giocatrici diverse, seppure con lo stesso volto. E poi c’è stato il successo del 1998 contro Nathalie Tauziat, e per fortuna la francese non è riuscita a portare a casa il secondo set perché se fossero andate al terzo sono convinta che Jana si sarebbe suicidata (tennisticamente parlando) un’altra volta. Nel 1998 perciò, due mesi prima che il mio racconto venisse pubblicato, la Novotna aveva vinto Wimbledon, rendendo alcune frasi non più d’attualità. E che il tempo fosse trascorso è segnalato anche da un altro dettaglio.

A un certo punto cito un arbitro. Io avevo messo il nome di Richard Ings, uno dei migliori arbitri del momento in cui stavo scrivendo. Uno di quelli che quando lo si vedeva sul seggiolone si era felici, perché si sapeva che ci sarebbe stato un ottimo arbitraggio. Non che io abbia mai guardato storto gli arbitri come fanno gli appassionati di calcio, ma Ings era una certezza. La redattrice del Tennis italiano che mi ha telefonato per dirmi che avrebbero pubblicato il racconto mi ha chiesto se poteva cambiare il nome dell’arbitro mettendone uno più attuale, quello di Jorge Dias, perché ormai Ings non lo conosceva più nessuno. Per forza, erano passati anni da quando avevo scritto il racconto. Ovviamente io ho accettato. Qui sotto c’è quasi la versione originale dei Colpi dei campioni, con i pensieri più consapevoli evidenziati in corsivo invece che inseriti fra virgolette come le frasi effettivamente pronunciate.

I COLPI DEI CAMPIONI

Gabriela Sabatini

Gabriela Sabatini

Ci siamo, finalmente penso

L’occasione che ho inseguito in questi anni di duro allenamento è finalmente arrivata. È il primo turno del torneo di Casalpusterlengo, l’inizio della mia scalata fino ai vertici del mondo del tennis. Guardo la mia avversaria, una certa Cinzia Zanco, sicura del successo. Come potrei perdere? È più bassa della rete!

Cammino a testa alta mentre vado a prendere le palline per servire, conscia che gli sguardi del pubblico sono tutti per me. Sono più alta di Helena Sukova, più slanciata di Mar Pierce, e le mie gambe sono più belle di quelle della Sabatini. Faccio rimbalzare la palla due volte e servo.

“Out, secondo servizio”, dice l’arbitro. Io mi avvicino per protestare e lo guardo in faccia per la prima volta. Sento un tuffo al cuore: è più bello di Richard Ings. Decido di chiedergli un appuntamento al termine della partita Gli sorrido e mi dirigo verso la mia borsa, facendo finta di dover cambiare racchetta. Troppo tardi mi ricordo che l’unica racchetta che possiedo è quella che ho in mano. È l’emozione, mi dico, ma adesso faccio vedere a tutti quanto valgo!

La voce dell’arbitro mi arriva da molto lontano, un abisso sembra che ci separi, mentre lui pronuncia una frase che sembra una condanna: “Game, primo set Zanco. Zanco conduce sei giochi a zero”.

Lo so, non è un dramma, in fin dei conti è solo una partita di tennis. La mia vita non dipende certo da questo. Mento, e so di mentirmi. Le palline volano impietose, e il punteggio con loro. La mia figura, il mio elegante completo nuovo tutto firmato non sembrano più così importanti. Eppure, a veder giocare i campioni non sembra così difficile!

I campioni? mi chiedo, poi giunge un lampo di genio. Basta prendere esempio da loro. Li ho visti in televisione così tante volte che non posso sbagliare.

È incredibile, ma nel brevissimo tempo impiegato per pensare queste cose, il punteggio è volato già 5-0. Per chi? Per la Zanco, naturalmente.

Andre Agassi

Mi accingo a rispondere, sicura che l’incontro debba ancora cominciare. Risposta alla Agassi decido. Infatti le rimando indietro un siluro che lei non vede neanche. 0-15.

Ma Agassi è un uomo. Ace, 15-15. Mi arrabbio con me stessa. Che importanza ha? I suoi colpi sono buoni lo stesso. Basta non distrarsi. non posso perdere.

Attacco sulla risposta e chiudo la volée di rovescio come Stefan Edberg. 15-30.

Il punto successivo è più combattuto, finché non decido di sparare un dritto anomalo come Steffi Graf. 15-40. Lei inizia a essere nervosa, si vede bene. Mi serve una prima palla esterna molto timida, e io le gioco una risposta strettissima come Monica Seles.

“Game Andrini. Zanco conduce 5-1”. La voce dell’arbitro è musica per le mie orecchie. Ormai so cosa devo fare, ho il match in pugno.

Servizio esterno come Brenda Schulz. 15-0. Sorrido. Chissà se l’arbitro è già fidanzato?

Servo e chiudo la volée come Jana Novotna. Lo schema mi piace, tanto che decido di ripeterlo. Sotto rete la Novotna gioca benissimo, è un vero peccato che abbia perso quella partita a Wimbledon.

Non dovrei pensare a quel match, a quegli errori. Finisco per sbagliare anch’io. 30-15.

Mi arrabbio come Ivaniscevic. Scaravento la racchetta per terra e l’arbitro mi ammonisce. Non m’importa nulla di lui, il mondo è pieno di bei ragazzi.

Boris Becker

Servo e vado a rete. La palla è lontanissima, non c’è che una possibilità: volée in tuffo alla Boris Becker.

Servizio alla Pete Sampras. Game. Ormai sono incontenibile, corro come Michael Chang, ho la stessa grinta di Arantxa Sanchez e sono imprevedibile come Henri Leconte. A un certo punto lei tenta un pallonetto e io schiaccio come Yannick Noah. Sul punto successivo riesco persino a giocare una volée di sinistro come Luke Jensen.

Dalle tribune si leva un boato. Gli spettatori sono solo una decina, ma sono molto rumorosi. Decido di chiedere una wild-card agli organizzatori di Wimbledon.

Ormai l’ho ripresa, servo per il 4-5. Esasperata, lei prova ad attaccarmi, ma io le gioco un passante di dritto in corsa alla Ivan Lendl.

È solo per caso che un paio di palle arrotatissime le stanno in campo. 30-40. Tento un ace come Michael Stich, ma la palla finisce out. Devo provare qualcosa di diverso, qualcosa che lei non si aspetterà mai. Servizio di Gabriela Sabatini. Lancio la palla. Servizio di Gabriela Sabatini?

Doppio fallo.

“Game, set, match Zanco”.

Rompo la racchetta come Pat Cash e me ne vado senza stringere la mano all’arbitro.

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