James Hines: Figure Skating. A History

 

Come dice il titolo stesso, Figure Skating. A History di James R. Hines è una storia del pattinaggio artistico. Quello che mi ha stupita, per prima cosa, è stato scoprire quanto sia lunga la storia del pattinaggio visto che le prime menzioni di quest’attività si possono trovare nella mitologia e che Ull, per qualche tempo a capo degli dei al posto di Odino, in un’occasione avrebbe usato i pattini. Non era pattinaggio artistico così come lo intendiamo noi ma semplicemente un modo per spostarsi su una superficie ghiacciata, ma i pattini hanno davvero una lunga storia. Certamente erano in uso parecchie centinaia di anni fa, con testimonianze scritte che ne attestano l’uso risalenti al 1180. Nel 1572 sono stati perfino fondamentali in una battaglia visto che ribelli tedeschi e/o olandesi – i confini dell’epoca non erano esattamente quelli attuali – hanno sconfitto i più numerosi soldati spagnoli grazie ai pattini. Gli spagnoli calzavano zoccoli che gli davano stabilità, ma erano anche terribilmente lenti in confronto all’altro esercito, perfettamente a proprio agio su una superficie un po’ inusuale. Si potrebbe usare l’episodio per un bel romanzo fantasy, se solo fossi capace di scriverne uno. E questo non è l’unico spunto che mi è arrivato da un libro. Anche l’avvelenamento da verde di cui parla Philip Ball in Colore di può essere ben sfruttato, ma non bastano alcuni spunti per fare di qualcuno uno scrittore. Se non c’è una trama, un paio di snodi sono troppo poco. E poi bisogna anche essere capaci di trovare le parole giuste. Guerre d’inverno non se ne vedono molte, nella realtà non era facile combatterle e la narrativa si è adeguata, anche se ne ricordo una in A Song for Arbonne di Guy Gavriel Kay. Chissà se tradurranno mai qualcos’altro di suo o se mi costringeranno a continuare a leggerlo in inglese.

Vedo che non ho affatto perso l’abitudine a divagare. Hines cita anche santa Lydwina, una quindicenne mai guarita da una caduta sui pattini avvenuta nel 1395 che ha trascorso gli anni successivi della sua vita a meditare sulle sofferenze di Cristo durante la Passione. Bel racconto di colore, ma è meglio che non scriva la mia opinione su questi santi, che siano ufficialmente canonozzati oppure no. Però non avrei dovuto stupirmi per l’antichità di quest’attività, per secoli praticata su pattini ricavati da ossa di animali e fissati su zoccoli che si allacciavano sulle scarpe di tutti i giorni. Se non altro avrei dovuto ricordare da prima di aprire il libro un dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, artista non citato da Hines. Del resto al di là di una xilografia dedicata a Lydwina nel momento della caduta, l’arte visiva è totalmente assente da questo libro.

Pieter Bruegel, I cacciatori nella neve

I cacciatori nella neve è un dipinto del 1565. Lo stesso anno Bruegel ha rappresentato un Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli, l’anno successivo Il censimento di Betlemme ambientato in un paesaggio invernale. In tutte e tre le opere sullo sfondo compaiono dei pattinatori, nelle prime due c’è persino una figura che sembra reggere una mazza da hockey. Davvero uno sport antico.

Per certi versi le informazioni sono affascinanti, anche se questa parte mi è sembrata un po’ troppo lunga. Si parla dei libri scritti nel corso dei secoli e delle informazioni che forniscono, delle figure, dei materiali, dello stile delle diverse scuole, ma troppo spesso vengono adoperati termini tecnici che mi hanno complicato la vita. Quando li conosco, li conosco in italiano, e non sapendo pattinare a volte è difficile immaginare quanto viene descritto. È comunque interessante riflettere sul fatto che nel momento della nascita delle competizioni, abbondantemente in epoca pre-televisiva, era difficile stabilire come si dovesse pattinare. Se una scuola dà più importanza alla precisione delle figure tracciate sul ghiaccio, un’altra alla posizione del corpo e un atleta, indipendentemente da tutti, punta sull’atletismo, chi ha ragione? Le differenze di vedute si scoprono solo in gara, e possono esserci difficoltà serie nel dare un giudizio.

E poi ci sono altre questioni non propriamente sportive ma fondamentali per lo sport, come la superficie su cui pattinare. Per secoli si è trattato di specchi d’acqua ghiacciati, quindi solo le persone di determinati Paesi potevano farlo. Se guardiamo le foto per tantissimo tempo si vedono sullo sfondo montagne o foreste, perché il pattinaggio si svolgeva all’aperto. Nel libro Crepe nel ghiaccio Sonia Bianchetti Garbato ha ricordato una gara, le cui figure sono durate ore, nella quale il tempo è passato dal soleggiato alla nevicata fitta (o il contrario, non ricordo). Come possono essere giudicati equamente atleti che pattinano in condizioni così diverse? Le piste chiuse erano una necessità, e hanno contribuito alla diffusione del pattinaggio nel mondo visto che in questo modo possono essercene ovunque, anche se con mia sorpresa sono arrivate in tempi relativamente recenti. Quello su cui Hines è stato un po’ troppo rapido e semplicistico sono stati gli scandali di giudizio, ma un motivo alla base di questo probabilmente c’è. Questo libro è stato pubblicato anche grazie all’ISU, l’International Skating Union, e dubito che la sua direzione avrebbe accettato i commenti duri della Bianchetti Garbato, o anche quelli di Steve Milton nel suo Figure Skating’s Greatest Stars.

La sezione conclusiva del libro è dedicata alle nuove opportunità come pattinaggio sincronizzato – disciplina che posso apprezzare per due-tre minuti prima di iniziare ad annoiarmi – e al mondo professionistico. Il fatto che ci fossero queste pagine mi sembrava un bel segno di apertura verso quel mondo, ma davvero sono troppo sintetiche e non rendono minimamente l’idea di quello che è.

Il limite principale di questo libro, non solo per quanto riguarda i professionisti ma anche nei capitoli dedicati alle competizioni mondiali e olimpiche, è che è troppo sintetico. La parte principale del volume è questa, dedicata alle competizioni e agli atleti che hanno fatto la storia di questo sport. Hines però vuole citare tutti i medagliati, con la conseguenza che a volte si limita a un elenco di nomi e date, e non fa minimamente capire perché quel singolo atleta è stato importante. Certo, il pattinaggio si gioca sulle emozioni, sui movimenti combinati alla musica e su quanto viene costruito istante dopo istante. Tutte cose che sono difficili da mettere su carta. Ma scrivere che Isabelle e Paul Duchesnay, sorella e fratello franco-canadesi che gareggiavano per la Francia, hanno vinto un bronzo e un argento mondiale prima di sconfiggere la coppia di danza composta da Marina Klimova e Sergei Ponomarenko e vincere il Mondale del 1991, per poi retrocedere nuovamente all’argento nelle successive Olimpiadi e quindi ritirarsi (pag. 244) è un po’ riduttivo. I loro programmi, Tarzan e Jeyne e i due Missing, sono stati straordinariamente innovativi e importantissimi per il pattinaggio. Buona parte del merito va anche al coreografo, lo straordinario Christopher Dean, ma qui non ce n’è traccia.

Insomma, i limiti di questo libro sono molti, compreso il fatto che le foto sono di dimensioni piuttosto piccole, quasi tutte non più di un quarto di pagina in un volume dalle dimensioni non certo enormi. Però ci sono, e ci sono per tutti gli atleti medagliati. Vedere gli abiti con cui pattinavano leggende di questo sport come Madge Syers e Lily Kronberger fa un certo effetto, e un omaggio a tutti coloro che, come ha affermato una volta Dick Button, “hanno lasciato lo sport migliore per il solo fatto di avervi partecipato”, è doveroso.

Al momento la mia conoscenza di libri di pattinaggio è limitata, questo è solo il quarto e anche quello che mi è piaciuto meno, ma sono contenta di aver potuto conoscere le varie tappe di evoluzione di questo straordinario sport.

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