Il pattinaggio artistico, il 6,0 e il nuovo codice dei punteggi

“Un programma deve essere giudicato nel suo “insieme”. Questo significa che ogni programma deve essere considerato come un “pacchetto”, una singola unità comprensiva di tutti gli elementi che la compongono: come questi elementi sono distribuiti sulla pista, come si integrano con la musica e nella coreografia del programma, e se l’atleta è in grado di usarli come mezzo di interpretazione e di espressione del brano musicale scelto e per trasmettere al pubblico le sensazioni che suscita in lui.

Tutto questo rende il giudicare un processo molto complesso; solamente dei giudici veramente competenti sono in grado di farlo in modo corretto. Per stabilire il vincitore sarebbe indubbiamente più facile limitarsi a contare il numero e il tipo di elementi eseguiti. Ma questo non è giudicare. Giudicare significa molto di più. Significa sentire e capire la musica, significa apprezzare i movimenti innovativi, le nuove coreografie, i nuovi stili: significa saper percepire il messaggio che l’atleta vuole trasmettere con il suo movimento sul ghiaccio”.

Sonia Bianchetti Garbato nel suo Crepe nel ghiaccio (pag. 44) è stata molto più chiara e precisa di quel che potrei essere io, al di là del fatto che la mia opinione, a differenza della sua, conta ben poco. Non si può fare semplicemente la somma dei salti, delle difficoltà tecniche, per valutare un esercizio di pattinaggio artistico.  Come diceva Robin Williams, alias il professor Keating, nell’Attimo fuggente, “non stiamo parlando di tubi, stiamo parlando di poesia. Ma si può giudicare la poesia facendo la hit parade? Gagliardo Byron, è al quinto posto, ma è poco ballabile”. La scena, che ho già postato, è questa:

Il vecchio sistema di valutazione, in cui i giudici dovevano esprimere una valutazione di tipo tecnico e una di tipo artistico, con punteggio massimo 6,0, è rimasto in vigore fino ai Mondiali del 2004. Dal 2005 c’è un nuovo sistema, dato dalla somma di tutti gli elementi eseguiti con eventuali premi o detrazioni a seconda se sono stati eseguiti bene o male. È ovvio che è impossibile valutare davvero con il nuovo sistema di punteggio gli esercizi eseguiti quando in vigore c’era il vecchio, perché coreografi e atleti si sono preparati in base alle regole del momento e non in base ad altre che non potevano certo conoscere. Però…

Kurt Browning in Casablanca

Nel 1993 Kurt Browning era in testa alla competizione maschile dopo aver superato tutti i suoi avversari con un bellissimo programma tecnico. Elvis Stojko non era stato altrettanto brillante e si era piazzato solo al quinto posto, complici un paio di giri di troppo fra il primo e il secondo salto della combinazione e soprattutto un doppio Axel atterrato su due piedi. Con quella classifica e quel sistema di punteggio Stojko da solo non aveva nessuna possibilità di battere Browning. Ricordo che il primo classificato nel programma tecnico ( o corto) otteneva un punteggio di 0,5, il secondo un 1,0, il terzo un 1,5, il quarto un 2,0, il quinto un 2,5 e così via. Il programma libero (o lungo) valeva 1,0 per il primo, 2,0 per il secondo, 3,0 per il terzo e così via. I due punteggi venivano sommati e si piazzava davanti l’atleta che aveva ottenuto il punteggio più basso. In caso di parità, per esempio con un atleta che si era piazzato terzo e primo (1,50 + 1,0) e un altro che si era piazzato primo e secondo (0,50 + 2,0) si classificava davanti l’atleta che aveva eseguito il miglior programma lungo.

Stojko partiva con un punteggio di 2,50, vincendo il libero sarebbe andato a 3,50. Browning partiva da 0,50, con un secondo posto nel libero sarebbe andato a 2,50 e avrebbe comunque sconfitto Stojko. Perché Stojko vincesse quel Mondiale, da come si era messa la gara, avrebbe avuto bisogno che un altro atleta – non l’americano Mark Mitchell, che aveva fatto il secondo programma tecnico e quindi partiva da un 1,0 – si piazzasse fra lui e Browning, facendo sì che Kurt eseguisse solo il terzo programma libero. Ho inserito questa spiegazione, per quanto noiosa, per dire che, indipendentemente dalla posizione relativa dei due pattinatori canadesi nel programma libero, se loro avessero eseguito i due migliori programmi e quindi non si fosse messo di mezzo qualcun altro Kurt Browning avrebbe vinto il suo quarto titolo mondiale.

Browning ha pattinato sulle note di Casablanca:

Trascrivo i due punteggi in modo da poterli confrontare con facilità

tecnico                 5.8 – 5.8 – 5.7 – 5.8 – 5.7 – 5.8 – 5.8 – 5.8 – 5.7

artistico               5.9 – 5.9 – 5.9 – 5.9 – 5.9 – 5.9 – 6.0 – 5.9 – 5.9

Questo (non conosco la musica) è l’esercizio di Stojko:

tecnico                 5.9 – 5.8 – 5.8 – 5.8 – 5.8 – 5.9 – 5.9 – 5.9 – 5.8

artistico               5.6 – 5.6 – 5.4 – 5.7 -5.7 – 5.8 – 5.8 – 5.6 – 5.6

Cosa hanno fatto i due pattinatori? Se parliamo di salti Browning in teoria ne ha eseguiti nove, di cui sei tripli. Sul triplo Lutz però è atterrato su due piedi, perciò è come se non l’avesse fatto, e ricordo che dopo l’Axel il Lutz è il salto più difficile. La combinazione iniziale sarebbe dovuta essere costituita da un triplo Axel e un triplo toe loop, ma ha preferito non rischiarla e ha eseguito il toe loop solo doppio.

Stojko ha fatto nove salti, di cui sette tripli. C’è il triplo Lutz nel suo programma, e soprattutto c’è una combinazione iniziale composta da triplo Axel e triplo toe loop, come in teoria avrebbe dovuto fare anche Browning. Stojko ha fatto più salti, e li ha fatti più difficili. Il fatto che il secondo e il quarto giudice abbiano dato lo stesso punteggio tecnico è un errore, perché i due atleti non hanno fatto le stesse cose. E lo scrivo da fan di Browning. Ma il pattinaggio non è solo tecnica, e ne è la prova il secondo punteggio. La tecnica è importante, non si può vincere senza salti, e infatti Petr Barna, bravissimo interprete, ha conquistato un bronzo olimpico e non ha mai ottenuto una medaglia ai Mondiali perché lui non sapeva eseguire il triplo Axel, e tutti i suoi rivali sì.

Avete guardato i due programmi? Stojko non commette errori tecnici. Esegue il suo bell’esercizio, e non si può che restare ammirati dalla sua energia. Browning interpreta. In quei quattro minuti e mezzo lui è Rick Blaine. Quando butta via la sigaretta, fa un paio di passetti tacco-punta, cammina e pattina con le mani in tasca, mostra il pugno dopo essersi sistemato il papillon, fa una faccia che verrebbe voglia di prenderlo a sberle per quanto è strafottente… Quanti punti si possono dare per gesti così? I giudici dell’epoca non hanno avuto dubbi, tutti hanno assegnato a Browning un punteggio altissimo, al limite della perfezione, con un solo giudice che si è sbilanciato e ha assegnato un 6.0 nonostante dovessero ancora pattinare alcuni atleti (come il già citato Mark Mitchell e lo stesso Stojko) che in linea teorica avrebbero potuto fare di meglio.

Elvis Stojko

L’esercizio di Stojko è stato un ottimo programma, che giustamente gli è valso la medaglia d’argento, dopo che l’anno prima aveva vinto un bronzo. In seguito avrebbe conquistato tre ori e un argento mondiale e due argenti olimpici. L’esercizio di Browning è entrato nella storia del pattinaggio. Dopo quel giorno i programmi non sono più stati gli stessi. Eseguire bene gli elementi tecnici, fare gesti in armonia e al tempo con la musica, non è più stato ritenuto sufficiente. Gli esercizi sono diventati interpretazione, con una storia da raccontare ed emozioni da suscitare. Ma se dovessimo valutarli con il nuovo codice di punteggio, quale dei due programmi risulterebbe vincitore?

Ottavio Cinquanta, l’uomo che lo ha voluto e progettato, dopo lo scandalo di giudizio delle Olimpiadi del 2002, proviene dal pattinaggio di velocità. L’ISU, International Skating Union, riunisce sport molto diversi fra loro. Non intendo fare confronti, ciascuno è libero di amare quello che preferisce, e ogni sport ha pari dignità. Per eccellere, in qualunque disciplina, bisogna avere talento e allenarsi duramente. Ma ogni disciplina ha le sue caratteristiche. Come ha ricordato la Bianchetti Garbato Cinquanta “per sua stessa ammissione, non è un esperto di pattinaggio artistico” (pag. 218). Però è stato lui a studiare il nuovo codice di punteggi e a proporlo per l’approvazione al Congresso dell’ISU, dove erano presenti rappresentanti di tutte le discipline. Ma cosa può saperne di pattinaggio artistico una persona che si occupa di velocità o short track? È come se facessimo decidere il regolamento dei tornei di tennis a esperti di ping pong, tanto entrambi gli sport si praticano con pallina e racchette e in mezzo al campo c’è una rete. L’esempio tennistico è mio, ma le varie informazioni si trovano in Crepe nel ghiaccio, nella pagina appena citata e nelle seguenti. Non solo, Cinquanta ha ripetutamente affermato che quello che lui aveva proposto “non è una regola, è un progetto” (pag. 219). Insomma, tutti convinti che sarebbero state fatte delle prove per vedere se il progetto funzionava, e invece alla prima occasione utile, qualche mese più tardi, il progetto è stato pubblicato come un nuovo paragrafo del regolamento e tutti si sono dovuti adeguare. Davvero un bel sistema.

Al di là del metodo di approvazione del progetto, la Bianchetti Garbato sottolinea anche alcune altre cose. Cose che condivido, e che pensavo da prima di leggere il suo libro. In fondo i due esercizi che ho inserito qui sopra risalgono al 1993, e io ho letto Crepe nel ghiaccio solo quest’autunno. “I princìpi sui quali si basa il nuovo sistema non possono essere applicati al pattinaggio artistico, a meno che l’obiettivo non sia quello di trasformare il nostro bellissimo e artistico sport in una competizione in cui il grado di difficoltà di ogni elemento e non la sua qualità determinerà i risultati” (pag. 225). Davvero, quanti punti vale buttare via un’immaginaria sigaretta? Nessuno suppongo, in fondo non è che sia un gesto tecnico particolarmente difficile. Ma cosa avete provato quando Kurt lo ha fatto?

Kurt Browning

Questo nuovo sistema dovrebbe essere più oggettivo, ma il condizionale è d’obbligo. Come ha scritto la Bianchetti Garbato “A ciascun elemento è stato associato un coefficiente di difficoltà. Purtroppo, il valore degli elementi nel pattinaggio artistico non è determinato dal nome dell’elemento o dal numero di rotazioni in aria o sul ghiaccio, ma piuttosto da un infinito numero di variabili che non possono essere tutte predeterminate. Una valutazione assoluta e oggettiva di un elemento, sia esso un salto, un lift, una piroetta o un passo, semplicemente non è possibile. Quando un salto può essere definito buono su scala assoluta? […]

Non esistono due elementi nel pattinaggio che possano considerarsi uguali. Due salti doppi o tripli, entrambi ben eseguiti e atterrati correttamente dopo il giusto numero di rotazioni, possono essere molto diversi uno dall’altro: uno può essere alto ma corto e preso con poca velocità; un altro può essere basso ma lungo e veloce; uno può essere eseguito con le gambe “rattrappite” o con una brutta posizione in aria eccetera. Sono tutti salti ben eseguiti, ma la loro qualità è totalmente diversa, e solo paragonandoli fra loro si può stabilire quale sia il migliore. La combinazione di possibili varianti è infinita e non può essere prevista da un programma computerizzato. Quello che rende il nostro sport unico è che la creatività dei pattinatori può rendere ogni elemento diverso e irripetibile. Una strettissima valutazione matematica predeterminata di ciascun elemento è la cosa giusta per il pattinaggio artistico o ucciderà lo sport?” (pagine 225-226).

Jane Torvill e Christopher Dean nel Bolero

L’autrice prosegue elencando alcuni grandi innovatori del pattinaggio come le coppie formate da Liudmila Belousova e Oleg Protopopov o Jane Torvill e Christopher Dean, chiedendosi se avrebbero mai rischiato di presentare i loro programmi innovativi con questo codice di punteggio. Lo sapete che la parte iniziale del Bolero di Torvill e Dean non ha potuto essere valutata dai giudici? Erano in ginocchio, mica sui pattini. La valutazione dell’esercizio è iniziata solo quando loro hanno iniziato a pattinare, non prima, anche se quei primi movimenti sono stati essenziali per fornire la giusta atmosfera. In effetti se ogni elemento ha un valore predeterminato, com’è possibile inserire qualcosa di nuovo? E come si possono valutare i singoli gesti?

Ricordo l’esercizio che ha consentito a Oksana Baiul di vincere le Olimpiadi nel 1994. Come ha fatto notare la commentatrice, la sua sequenza di passi era composta da passi molto semplici, che però Oksana eseguiva a velocità incredibile. Se il punteggio è basato sul tipo movimento, allora con il punteggio attuale il valore dovrebbe essere basso. Non conosco abbastanza il regolamento da dire quanto possa influire la velocità di esecuzione, ma se tutto è basato su calcoli numerici cosa fanno, misurano il tempo necessario a eseguire ogni singolo passo e alterano il coefficiente di difficoltà in base a questo? Ne dubito.

Steve Milton nel suo Figure Skating’s Greatest Stars, ha spiegato che con questo codice di punteggi i singoli pattinatori hanno poco spazio per esprimere la loro personalità: “with programs jammed to the hilt with points-producing elements and movements, there is little room left for most skaters to highlight their personal calling card as Michelle Kwan did, for example, with the extended time she accorded to her famous spiral” (pag. 67). Traducendo il concetto, Michelle Kwan non avrebbe mai eseguito la sua famosa lunghissima spirale perché non avrebbe potuto dedicare tutto quel tempo a un solo elemento e perdere i punti aggiuntivi che invece avrebbe potuto fare eseguendo una spirale più corta e inserendo subito dopo un altro elemento. Ecco quindi che il sistema di punteggi riduce per i pattinatori le possibilità di esprimersi davvero. Non solo, ho visto pattinatori a cui una trottola è stata declassata perché hanno fatto un giro in più del consentito. Ma stiamo scherzando? Fai un giro in più e ti tolgono punti? No, non mi interessa la precisione nel fare il numero di giri richiesti, le figure obbligatorie in fondo sono state abolite parecchi anni fa. Io voglio l’espressività, e se si incasella tutto l’espressività viene ridotta.

Janet Lynn

La Bianchetti Garbato ricorda un episodio avvenuto in un momento non meglio precisato fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 avente per protagonista Janet Lynn che aveva eseguito un programma indimenticabile premiato con punteggi altissimi. Un giudice “esclamò: “Come è possibile? Non ha fatto niente!”. E Favart [vicepresidente dell’ISU] gli rispose semplicemente: “Ha pattinato, signore!”. Ecco, questa è la parola chiave: “pattinare”.” (Crepe nel ghiaccio, pag. 45).

Io non ho fatto prove, ma secondo la Bianchetti Garbato (che ha scritto il libro nel 2005, non so se poi siano stati fatti degli aggiustamenti) nelle gare valutate con il nuovo sistema “i salti hanno fatto la parte del leone, mentre il pattinaggio, le piroette e le sequenze di passi hanno rappresentato solo il 12-15 per cento del risultato finale. Le nuove regole del sistema, insomma, lasciano poco spazio alla creatività artistica. Esse prescrivono infatti anche il numero di elementi, salti, combinazioni o sequenze di salti, lift e salti lanciati (nelle coppie), piroette e passi che un pattinatore può includere nel suo programma, ponendo vincoli molto stretti alla fantasia dei pattinatori” (pag. 227). Da amante in primo luogo delle sequenze di passi non posso che essere infastidita da questa constatazione. Il salto fa più scena, certo. Provate però a guardare queste sequenze di passi. Solo passi, nessun salto, nessun contesto in cui inserirli. Gesti stupendi e tecnicamente difficilissimi. In fondo Kurt Browning (quello con la maglia a maniche corte), Scott Hamilton (quello con le righe che percorrono tutta la lunghezza delle maniche della maglia) e Paul Wylie (quello con la maglia con una grossa riga bianca sul torso) sono tre maestri di questo genere di movimenti:

Visto questo, non capisco perché un salto dovrebbe valere di più. È un elemento diverso e ugualmente importante, non più importante.

Kurt Browning nel 1988 è stato il primo atleta a eseguire un salto quadruplo. L’esercizio del record è stato valutato come il terzo libero della giornata, dietro a quelli di Brian Boitano, che ha vinto il Mondiale, e di Brian Orser, che si è piazzato secondo. Secondo Browning il risultato è giusto, lui non meritava di battere gli altri due pattinatori. Lo ha detto chiaramente anche nella sua autobiografia Kurt. Forcing the Edge: “I did a quad, but Orser and Boitano were better skaters. If you looked at Boitano’s spins and mine, there was no comparision in their quality. And our choreography was miles apart” (pag. 84). Un salto non fa un pattinatore, neppure un salto da guinness dei primati come è stato il suo. Orser e Boitano erano pattinatori migliori. E visto che io sono una fan di Browning adesso il confronto lo faccio su due esercizi suoi. Il primo è proprio il programma lungo dei Mondiali del 1988, il terzo migliore programma della giornata, che gli ha consentito di salire fino al sesto posto in classifica dal nono che occupava in precedenza:

Un quadruplo toe loop, un triplo Axel, un triplo Salchow seguito da un doppio toe loop e non so più quanti altri salti, compresa una seconda combinazione. Un buon programma, senza dubbio. Ricordiamo anche che all’epoca il triplo Axel non lo sapevano fare tutti, ancora nel 1992 gli Europei sono stati vinti da Petr Barna, bravissimo interprete che il triplo Axel proprio non riusciva a farlo. Questo invece è uno degli esercizi proposti da Kurt nel galà del 1991, subito dopo aver vinto il suo terzo Mondiale consecutivo. La musica è quella di Johnny Guitar:

Questo non è un programma di gara e non avrebbe mai potuto esserlo, non con un solo salto posto alla fine dell’esercizio. In fondo anche il programma tecnico prevede quattro salti, due in combinazione fra loro. Se dovessimo valutare i due esercizi con un punteggio da gara, anche con il vecchio sistema, non c’è dubbio che prenderebbe più punti il primo esercizio, proprio per le differenze nei salti. Ma quale esercizio è in grado di trasmettere più emozioni? Confesso, il confronto proprio fra questi due programmi l’ho fatto apposta, qui la differenza nei salti è talmente grande che non possono esserci dubbi su quale sia l’esercizio tecnicamente più difficile. Ma non ci sono neppure dubbi su quale esercizio sia superiore a livello interpretativo. Ecco, se mantenendo tutti gli altri gesti il secondo esercizio avesse contenuto tutti i salti del primo tranne due, sono convinta che il nuovo sistema di punteggi avrebbe premiato il primo esercizio, il vecchio sistema invece avrebbe premiato il Johnny Guitar con i salti.

Volendo ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma per il momento penso di essermi dilungata abbastanza. Magari tornerò a parlarne in un’altra occasione.

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