Il pattinaggio artistico e le figure obbligatorie

Midori Ito

Per molto tempo non ho capito cosa abbiano rappresentato le figure obbligatorie per il pattinaggio artistico. Eppure sono la base: noi lo chiamiamo artistico ma negli Stati Uniti si chiama figure skating, pattinaggio di figura.

La prima competizione di pattinaggio artistico a cui io abbia mai assistito è il Campionato del Mondo del 1989, e ho visto solo l’ultima giornata di gara, il programma libero femminile, e il galà. L’anno successivo, il 1990, ho assistito a tutte le gare del Campionato Europeo e di quello Mondiale, ma quello è stato anche l’ultimo anno in cui hanno fatto parte della gara le figure obbligatorie, ed erano solo due, contro le dodici di inizio secolo, perciò come avrei potuto percepirne l’importanza? Va bene, nel 1989 ero stata così colpita dal triplo Axel di Midori Ito da aver guardato con un notevole interesse la sua prova dell’anno successivo, e lei è stata sconfitta dalle figure obbligatorie. Ha vinto infatti sia il programma tecnico che quello libero, ma un decimo posto nelle figure obbligatorie non le ha consentito di andare più avanti di un secondo posto, alle spalle di Jill Trenary, che invece ha vinto le figure obbligatorie e si è piazzata quinta nel programma tecnico e seconda in quello libero. Fra l’altro riguardando i risultati di quella gara non posso fare a meno di notare quelli della ragazza di cui sono diventata tifosa proprio durante quel Mondiale: Kristi Yamaguchi. Nona nelle figure obbligatorie, quindi appena meglio rispetto alla Ito, seconda nel programma tecnico, terza in quello libero e quarta complessivamente. Anche lei quindi è stata danneggiata dalle figure obbligatorie, quella parte di gara che nessuno tranne i giudici vedeva, ma visto che quello è stato il mio primo vero Mondiale – anche se già dall’anno prima ero tifosa di Kurt Browning – ogni cosa per me era nuova.

Brian Orser

Dovendo scoprire tutto di quel mondo non ho afferrato subito l’importanza di ogni cosa, e quel che è sparito per me è diventato inesistente. Eppure le figure obbligatorie hanno davvero condizionato i risultati. Rileggendo le cronache dell’epoca si vede come Brian Orser sia arrivato solo secondo, alle spalle di Brian Boitano, nei Mondiali del 1988, nonostante la vittoria nel programma libero. Quando, nel 1991, quindi a figure obbligatorie ormai eliminate, Browning si è piazzato secondo nel programma tecnico alle spalle di Victor Petrenko, gli è “bastato” vincere il libero, proprio davanti a Petrenko, per sconfiggere il rivale e portarsi a casa il suo terzo titolo mondiale. E, tornando ancora più indietro, Orser era già stato penalizzato dalle figure obbligatorie.

Alle Olimpiadi del 1984 Scott Hamilton ha conquistato la medaglia d’oro vincendo le figure obbligatorie e piazzandosi secondo sia nel programma tecnico che in quello libero. I due programmi sono stati vinti proprio da Orser il quale, però, si era piazzato solo settimo nelle figure obbligatorie e quindi non è andato più avanti del secondo posto complessivo. Risultati, questi di Orser, che sto riguardando ora, da una prospettiva storica, visto che all’epoca io non seguivo le gare. E se li sto guardando è perché leggendo Figure Skating’s Greatest Stars di Steve Milton ho scoperto quanto questa parte di gara abbia pesantemente condizionato la carriera di pattinatori straordinari quali Robin Cousins, Toller Cranston e Janet Lynn. Miller cita la perplessità degli spettatori televisivi per le vittorie di Beatrix Schuba ai Mondiali del 1971 e 1972 e alle Olimpiadi del 1972 con programmi liberi poco coinvolgenti (nono libero alle Olimpiadi) nonostante i brillanti programmi di Janet Lynn. Il problema era in quella parte di gara non trasmessa dalla televisione, le figure obbligatorie, e questo dimostra come anche la televisione possa influenzare lo sport. Le figure obbligatorie della Shuba rasentavano la perfezione, quelle della Lynn erano mediocri e il vantaggio acquisito nella prima parte della gara era tale da consentire all’austriaca di sconfiggere senza problemi l’americana, per la perplessità degli spettatori. Per cercare di riequilibrare un po’ le cose nel 1973 le competizioni hanno iniziato a includere anche il programma tecnico, e l’importanza delle figure obbligatorie ha iniziato a essere gradualmente ridotta.

Janet Lynn

Sonia Bianchetti Garbato, che dell’eliminazione delle figure obbligatorie ha fatto una battaglia personale, nel suo Crepe nel ghiaccio fornisce alcuni numero molto interessanti. Fra il 1896 e il 1904 le figure obbligatorie valevano per il 67% del punteggio finale, il programma libero solo per il 33%. Lo squilibrio era stato minimamente ridotto nel 1905, con un 60% di valore per le dodici figure obbligatorie (sei su un piede e sei sull’altro) e un 40% per il programma libero. Nel 1947 le figure obbligatorie sono state ridotte a sei. A causa delle polemiche legate alle vittorie della Schuba le figure obbligatorie sono state ulteriormente ridotte a tre ed è stato introdotto il programma corto. A quel punto, dal 1973, le figure obbligatorie valevano il 40% del punteggio finale, il programma corto il 20% e il programma libero un altro 40%. Queste proporzioni sono durate solo un paio d’anni, poi, con l’introduzione delle penalità per chi non eseguiva correttamente gli elementi obbligatori del programma tecnico, sono state modificate in 30% per le figure obbligatorie, 20% per il programma tecnico e 50% per quello libero. Anche questi cambiamenti non hanno impedito alle figure obbligatorie di condizionare il risultato finale delle gare, e i casi di Brian Orser e Midori Ito di cui ho parlato più in su ne sono solo due esempi. La Bianchetti Garbato ne fa diversi altri, spiegando le resistenze da lei affrontate nella lotta per l’eliminazione di questo elemento della gara. Negli ultimi due anni che avrebbero compreso l’esecuzione delle figure obbligatorie come parte della gara le figure da eseguire sarebbero state solo due, per un valore del 20% del punteggio finale contro il 30% del programma corto e il 50% di quello lungo.

Kristi Yamaguchi

Ma cos’erano le tanto vituperate figure obbligatorie? In pratica dei disegni che i pattinatori dovevano eseguire sul ghiaccio. Le figure, complessivamente 41, consistevano in due o tre cerchi eseguito sul ghiaccio, con o senza becchi e cambi filo, o paragrafi, anche qui con o senza becchi e cambi filo, in avanti o indietro, su un piede o sull’altro, e non si poteva usare il piede libero per acquisire velocità sul ghiaccio. Inoltre le figure dovevano essere ripetute tre volte sempre sulle medesime tracce. Non nego la difficoltà di questo genere di esercizi, ma da guardare dovevano essere di una noia mortale! Sempre la Bianchetti Garbato spiega che “dopo l’esecuzione di ogni figura i giudici esaminavano le tracce sul ghiaccio. Prima di assegnare i loro punteggi dovevano misurare la lunghezza e la larghezza dei cerchi, che dovevano risultare perfettamente rotondi, e il loro allineamento laterale; dovevano anche controllare l’asse dei becchi fra loro e il centro della figura” (pag. 46). Decisamente non quello che intendiamo noi per pattinaggio artistico. Non per niente questa parte di gara non veniva trasmessa, quanto poteva essere noioso vedere una ventina di atleti eseguire sempre gli stessi movimenti e poi i giudici mettersi li a misurare il tutto prima di dare il loro punteggio? Mica per niente i giudici delle figure obbligatorie stavano sulla pista, a poca distanza dal pattinatore. Subito dopo il suo esercizio dovevano andare lì con tanto di metro.

Figure obbligatorie

Non troppo tempo fa mi sono imbattuta in questo video di Scott Hamilton che esegue le figure obbligatorie. Tanto di cappello per quel che riusciva a fare, ma sono altre le cose che amo del pattinaggio di Scott, e sono contenta che le figure obbligatorie alla fine siano state eliminate.

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