Kurt Browning: Skate America e NHK 1989, Campionati canadesi 1990

Quando si hanno in mano i risultati di una gara si sa già chi è stato il migliore. È banale, ma se tutto ciò che si conosce di una disciplina è la classifica non si può che affidarsi a lei. La classifica maschile del Campionato del Mondo di pattinaggio artistico del 1989 – anno post-olimpico, quindi la maggior parte degli atleti più importanti del precedente quadriennio si erano ritirati – diceva che il migliore era il canadese Kurt Browning, seguito dall’americano Christopher Bowman, dal polacco Grzegorz Filipowski, dal sovietico Alexandr Fadeev, dal cecoslovacco Petr Barna e dall’altro sovietico Viktor Petrenko, che certamente non ho visto nel galà perché gli atleti che si piazzano sotto il quinto posto, a meno che non siano atleti di casa o non abbiano fatto qualcosa di davvero rilevante, nel galà non pattinano mai. Browning aveva vinto, era l’unico atleta capace di eseguire un salto quadruplo, nel galà era colui che mi aveva divertita e affascinata di più (quest’ultimo dettaglio considerando anche le altre tre discipline), non poteva che essere lui a vincere il Mondiale del 1990, giusto? Ecco, nella mia ignoranza per me era ovvio che fosse il più forte, e con il senno di poi è anche facile dire che avevo ragione, ma le cose non sono così semplici.

Vincendo i Mondiali, quarto canadese dopo Donald Jackson (1962, con la sua Carmen che è uno di quegli esercizi che hanno fatto la storia del pattinaggio artistico), Donald McPherson (1963) e Brian Orser (1987), era diventato uno degli atleti di punta del Canada. Nel 1988 c’erano state, oltre alle Olimpiadi invernali con l’argento per Orser, ritiratosi al termine di quella stagione, anche quelle estive. Per me le Olimpiadi di Seoul sono la gara di ginnastica artistica e la scoperta di Daniela Silivas con quelle prestazioni al limite della perfezione, ma la disciplina su cui convergono maggiormente i riflettori è l’atletica leggera. Ricordate i 100 metri maschili? La sfida fra l’americano Carl Lewis, il Figlio del vento già vincitore di quattro ori olimpici nel 1984, e il detentore del record del mondo Ben Johnson? Johnson vinse con un tempo di 9’’79 – che stabiliva il nuovo primato del mondo – contro il 9’’92 di Lewis. Peccato che tre giorni dopo Johnson veniva trovato positivo al controllo antidoping, l’atleta ammetteva di essersi dopato anche ai Mondiali dell’anno prima e i suoi record e le sue vittorie venivano cancellati. Ben Johnson era canadese. A me la cosa era risultata abbastanza indifferente, non seguendo l’atletica avevo visto il clamore ma non ne ero stata sconvolta. Il Canada però aveva bisogno di nuovi modelli, e in Browning ne aveva trovato uno. Ma sarebbe stato capace di ripetere il risultato del Mondiale 1989? E avrebbe retto la pressione di essere sempre al centro dell’attenzione?

La prima prova, in ottobre a Skate America, non è andata tanto bene. Aveva un’anca non del tutto a posto dopo una partita a football con amici, non proprio la condizione fisica migliore per saltare. Una combinazione triplo Salchow-doppio loop eseguita in allenamento, la stessa che gli aveva creato problemi alla schiena l’anno prima, lo ha spedito in infermeria, ma il dolore non è passato. E in gara una lama nel pantalone (per fortuna non nella gamba!), una caduta sul triplo flip e un atterraggio su due piedi lo hanno fatto scivolare al terzo posto, dietro a un Christopher Bowman capace di sette salti tripli e a Viktor Petrenko. I giornali lo hanno lievemente massacrato, e lui ha iniziato a dubitare di sé stesso.

Tanto per gradire il successivo NHK è iniziato pure peggio. Nel programma corto un atterraggio su due piedi, un triplo loop trasformato in doppio e una caduta sul triplo Axel si sono tradotti in un settimo posto complessivo dietro non solo a campioni quali Petrenko e Fadeev ma pure all’americano Erik Larson (atleta che non si è mai piazzato sul podio ai campionati nazionali e quindi non è mai andato ai Mondiali), al sudcoreano Jung Sung-il (22° ai Mondiali vinti da Kurt qualche mese prima così come alle Olimpiadi del 1988, il suo miglior piazzamento mondiale sarebbe stato un 14° posto nel 1991), e ai giapponesi Tatsuya Fujii (chi???) e Mitsuhiro Murata (23° nella sua unica partecipazione ai Mondiali nel 1992). Per fortuna il giorno del programma lungo è riuscito a pattinare bene, prendendo un numero di 5,8 sufficiente a fargli realizzare il secondo esercizio della giornata dietro a Petrenko, che invece ha collezionato un bel po’ di 5,9, e davanti a Fadeev. La classifica finale ha registrato la vittoria di Petrenko, il secondo posto di Fadeev e il terzo di Browning, finito a pari punti con Larson ma davanti a lui in classifica perché in situazioni di parità il punteggio del programma libero valeva di più di quello del programma corto.

In dicembre per Kurt è tornato il momento di sorridere, anche se non ha disputato nessuna gara. Un sondaggio fra giornalisti lo ha visto indicare come il secondo atleta più rappresentativo del Canada alle spalle del solo Wayne Gretzky – e ricordo che il giocatore di hockey soprannominato The Great One detiene tutt’ora 61 record della NHL – mentre il Toronto Star ha dovuto fare un ballottaggio per stabilire se assegnare a lui o a Gretzky il Lou Marsh Trophy, uno dei più importanti riconoscimenti sportivi canadesi. Nel 1989 ha vinto Gretzky per la quarta volta mentre Kurt ha dovuto aspettare l’anno successivo, ma già solo essere andato così vicino al successo era una bella indicazione di quanto fosse apprezzato in patria. E, a fine anno, il suo nome è comparso nell’elenco dei nuovi membri dell’Order of Canada.

Fine delle polemiche? Neanche per sogno. L’anno nuovo è iniziato con un bell’incidente d’auto – lui dà la colpa al ghiaccio sulla strada, fatto sta che, ripensando anche all’incidente del 1984 e a un paio di episodi succssivi, lui con le macchine non va molto d’accordo – e anche se ha superato il test dell’etilometro (il poliziotto gli ha chiesto l’autografo solo dopo il test) hanno iniziato a circolare voci sul fatto che la fama gli avesse dato alla testa.

La prima gara del 1990 sono stati i campionati canadesi. Alle prime due partecipazioni, nel 1987 e 1988, si era piazzato secondo dietro Brian Orser. Nel 1989, con Orser ritirato, aveva vinto davanti al suo amico Michael Slipchuk e a Matthew Hall. Visto che il suo piede era cresciuto si è presentato alla competizione con un nuovo paio di stivali più grandi, e stivali più grandi significa anche lama dei pattini più lunga. Il problema era evidente più che nei salti nelle trottole e nei passi, con quella lama ingombrante che rendeva i suoi movimenti meno fluidi del solito.
Nelle figure obbligatorie, al loro ultimo anno nelle competizioni, si è piazzato secondo dietro a Jeff Partrick, la cui specialità erano proprio le figure. Con il programma corto però le cose si sono messe male: Norm Proft si è piazzato al primo posto, l’esordiente Elvis Stojko al secondo, Slipchuk al terzo e Kurt solo al quarto. Nel libero, per sua stessa ammissione, è stato graziato dai giudici visto che è caduto nel quadruplo e ha atterrato solo tre salti tripli puliti contro gli otto di Stojko. Nella classifica finale Browning si è piazzato primo, Stojko secondo e Slipchuk terzo. Per lui era tempo di pensare ai Mondiali, per me, che ancora non sapevo tutte queste cose e che sapevo solo che Kurt era il campione del Mondo e quindi il pattinatore più forte, c’era in arrivo la prima gara di pattinaggio che avrei guardato dall’inizio alla fine: gli Europei del 1990.

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