Mats Holm e Ulf Roosvald: Game set match. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande tennis


Sono una tifosa di Stefan Edberg. Lo sono da luglio 1988, quando l’ho visto vincere Wimbledon per la prima volta. Prima non avevo mai seguito il tennis, al di là di qualche frammento della semifinale dell’Australian Open del 1985, dove il giovane svedese aveva a sorpresa sconfitto il primo giocatore del Mondo, quell’Ivan Lendl per cui tifava mio fratello (e questo per me all’epoca era un ottimo motivo per tifare per il suo avversario) e di qualche spezzone un po’ più lungo della semifinale del Roland Garros 1988 fra Mats Wilander e Andre Agassi. Visto che tutto sommato la partita parigina non mi era dispiaciuta ho guardato qualche spezzone della semifinale fra lo stesso Edberg e Miroslav Mecir e poi della finale, in cui Edberg ha sconfitto Boris Becker. Non conoscevo neppure bene il regolamento all’epoca, però mi sono divertita. E ho scoperto gradualmente di amare davvero il gioco di Edberg. Il modo in cui si muoveva, la sua infinita eleganza. Se amo il pattinaggio su ghiaccio e la ginnastica artistica è per l’eleganza dei movimenti. La potenza degli atleti, che pure c’è altrimenti non arriverebbero al vertice, mi interessa molto meno.

Edberg si è ritirato alla fine del 1996. Avrebbe potuto andare avanti ancora se avesse voluto, come ha detto lui stesso “Fisicamente non avevo problemi, anzi, qualche anno dopo aver smesso, giocavo ancora meglio. Rimasi a Londra per molti anni, mi allenavo con Tim Henman e Greg Rusedski: erano tra i primi dieci al mondo, ma in quegli allenamenti non mi hanno mai battuto. Neanche una volta!” (pag. 364)

Ma il fatto che lui abbia smesso di giocare non ha nulla a che vedere con l’essere tifosa, se ora dovessi scegliere fra guardare la finale di Wimbledon fra i due più forti giocatori del momento o Stefan impegnato in un’esibizione non ho dubbi su cosa guarderei. E, proprio per questo, appena Add editore ha pubblicato Game set match. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande tennis di Mats Holm e Ulf Roosvald mi sono affrettata a comprarlo. La citazione che compare qualche riga più in su proviene proprio da questo libro.

Da tifosa di Edberg non vi ho trovato molto. Alcune informazioni che non conoscevo, ma avendo seguito la carriera di Stefan per anni molte cose le sapevo già. Ho trovato pure due errori. Il primo a pagina 323, dove gli autori parlando dell’Australian Open 1989 scrivono che “un infortunio alla schiena gli impedì di giocare la semifinale”.

Io il torneo l’ho visto. Stefan si è infortunato alla schiena nell’ultimo game del suo incontro di ottavi di finale contro Pat Cash. Ricordo l’intervento del massaggiatore, e il suo correre a rete dopo il servizio tenendosi la mano sulla schiena. Ha vinto solo perché la partita era quasi finita e Cash, che non ha capito la gravità dell’infortunio, ha sparato fuori due colpi. Ottavo di finale. La partita non disputata da Stefan era il quarto di finale contro Thomas Muster, un giocatore da lui battuto dieci volte in dieci incontri, indipendentemente dalla superficie su cui sono stati disputati (terra battuta nel primo turno di Gstaad 1986, nel terzo di Forest Hills 1988 e poi ancora nella World Team Cup di Dusseldorf 1990 e nei quarti di finale di Montecarlo 1994) o da chi era davanti in classifica (fra il 1995 e il 1996 Muster ha attraversato il suo periodo di forma migliore vincendo il Roland Garros e raggiungendo il primo posto in classifica, mentre Edberg era in fase calante e nel suo momento peggiore è sceso al 54° posto, ma in quel biennio ha comunque vinto tutti e cinque i confronti diretti). Da tifosa posso immaginare che se nel 1989 Edberg avesse disputato quell’incontro con Muster lo avrebbe vinto e poi si sarebbe giocato la semifinale con Lendl, ma non lo posso sapere con certezza perché l’incontro non c’è stato.

Il secondo errore arriva a sole due pagine di distanza, quando a pagina 325 viene citata la finale dell’Australian Open del 1990 nella quale Stefan si era ritirato. Subito dopo c’è scritto che “Edberg era arrivato in finale negli ultimi quattro tornei del Grande slam disputati, ma si era ritrovato con un pugno di mosche”. Sbagliato.

Roland Garros 1989: finale persa in modo rocambolesco con Michael Chang, ok. (No, per la verità non è ok, non sono affatto contenta per come è finita quella partita, ma effettivamente Stefan ha perso la finale).

Wimbledon 1989: massacrato in finale da Boris Becker, ok. (Vedi sopra, non è ok, ma è corretto).

US Open 1989: massacrato negli ottavi di finale da Jimmy Connors. Per quanto questa partita sia da dimenticare, ricordo molto bene che non era una finale, quindi l’affermazione di Holm e Roosvald è sbagliata.

Australian Open 1990: ritirato nel corso della finale contro Ivan Lendl, ed è meglio che non aggiungo altro su un incontro che avrebbe davvero meritato di vincere e in cui è stato decisamente sfortunato.

Insomma: dopo quella partita era andato in finale in tre degli ultimi quattro tornei del Grande Slam disputati, non in tutti e quattro.

Ci sono altri errori? Può darsi, io non ne ho notati ma non conosco le carriere di Bjorn Borg e di Mats Wilander così bene da poterne essere certa senza fare controlli, e di sicuro non ho letto il libro con l’intenzione di fare controlli. Ho notato assenze per me piuttosto grandi, come la mancata menzionedel Masters del 1989. Fra semifinale e finale Stefan ha giocato due match straordinari, contro Lendl e Becker (anche se va riconosciuto a Becker il merito di aver vinto l’incontro nel girone eliminatorio). Quei match hanno dato a me la certezza che un Edberg in giornata fosse superiore ai rivali, e da alcune interviste che ho letto l’hanno data pure a Stefan. Il suo atteggiamento, la sua convinzione, sono cambiati, ma nel libro non ne ho trovato traccia.

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Non ho trovato traccia neppure dell’infortunio alle ginocchia di fine 1992, quello che lo ha costretto a fermarsi e gli ha impedito di giocare il Masters di fine anno nonostante in quel momento lui fosse il primo giocatore al mondo, e nonostante la consapevolezza che con quell’assenza avrebbe perso davvero tanti punti visto che l’anno prima era arrivato in finale vincendo i suoi tre incontri del girone. Né c’è scritto che ha giocato il suo ultimo match ufficiale da infortunato. Era la finale di Coppa Davis, avrebbe potuto chiudere alla grande e invece nel sesto game del primo set Cedric Pioline gli ha fatto un contropiede e lui si è stortato una caviglia. Ha stretto i denti e ha continuato a lottare, ma davvero non era più in condizioni decenti e infatti ha perso tre set a zero.

Aveva invece vinto un altro match epico nella finale di Coppa Davis del 1994 in Russia, annullando un match point con uno straordinario lob ad Alexander Volkov, ma nemmeno di quest’episodio c’è traccia.

Libro insoddisfacente dunque?

Parlando di Edberg mi ha detto poco che già non sapessi, e questo mi spiace. Però anche se per problemi di tempo non sto più seguendo il tennis lo sport mi piace, e sono molto curiosa sulla sua storia. 500 anni di tennis di Gianni Clerici secondo me è un libro straordinario. Questo non è all’altezza del tomazzo di Clerici, oltretutto è praticamente privo di foto, e anche gli appendici finali avrebbero potuto essere più completi – li potrei fare più completi io senza troppe difficoltà se solo volessi – però mi è piaciuto. Sapevo che Gustavo V era un appassionati di tennis, non sapevo fino a che punto lo fosse, e quanto fosse stata grande la sua influenza. Conoscevo i vari Lennart Bergelin, Sven Davidson, Jan-Erik Lundqvist e Percy Rosberg, ma era una conoscenza superficiale, e sapevo ben poco della formazione di Borg e Wilander. Quado ho iniziato a seguire il tennis Borg era un monumento già ritirato, non sapevo nulla di come si era affermato e non conoscevo i dubbi del periodo iniziale, mentre Wilander era al vertice. Scoprire il loro percorso, e il percorso della Svezia, è stato affascinante. I due giornalisti sanno scrivere, hanno un linguaggio scorrevole e chiaro, e oltre a parlare di tennis parlano della Svezia, della vita, di cose che sul campo non si vedono ma che contribuiscono a formare una scuola e i suoi giocatori. Nonostante quei due errori, e anche se avrei preferito che a Edberg fosse stato dedicato uno spazio maggiore, il libro mi è piaciuto, e per un appassionato di tennis mi sembra una gran bella lettura.

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